documentario (trailer) “Arzelato, 20 gennaio 1945” – “Dedicato a tutti coloro che vissero quegli anni”

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Alcuni giovani di Albareto hanno partecipato come attori al trailer “Arzelato, 20 gennaio 1945”, Arzelato è una frazione del territorio del Comune di Pontremoli (non lontana da Zeri) che nasconde suggestivi paesaggi ed interessanti testimonianze storiche …

dal sito http://blogzeri.wordpress.com/

Rievocazione del rastrellamento di Arzelato (19/20 gennaio 1945).      

A Zeri nel primo fine settimana di marzo 2012 è stato girato un documentario che rievoca il rastrellamento di Arzelato, condotto dall’esercito nazista durante la seconda guerra mondiale. Scopo del rastrellamento era fermare le contrastanti operazioni causate dalla Brigata Internazionale guidata dal Maggiore Gordon Lett, così come i soldati Britannici della SAS (Operazione Galia).

Il documentario narra degli eventi del 19/20 gennaio 1945 ad Arzelato, dove la Brigata Internazionale e SAS avevano le basi. L’evento è stato organizzato dall’Associazione di Rievocazione Storica Partigiana Stella Tricolore, in collaborazione con l’Associazione Ultimo Fronte 1945 e la Pro Loco di Zeri. (leggi tutto)

dal sito http://www.vocidellamemoria.it  la testimonianza del partigiano Benelli Piero

La battaglia del Gottero …..

 La battaglia del Gottero è cominciato il 19, il 19 di gennaio e abbiam combattuto tutto il giorno, abbiamo tenuto fermi i tedeschi. Alla sera non ce la facevamo più perché ormai non avevamo più… verso le dieci ci siamo riuniti tutti i battaglioni, noi, la Matteotti, c’era la Matteotti con Italiano, c’era la Vanni, c’era Maccione e sian partiti; da lì siamo andati a Sesta Godano e siamo andati sul Monte Gottero con un metro e mezzo di neve che c’era, siamo arrivati quasi a duemila e tanti metri, quant’è il Gottero? duemila, duemilacinque dev’essere.

Ci siamo fatti il Gottero e siamo andati a finire a Borgotaro, nella zona di Borgotaro; alle 10 di sera c’arriva l’allarme che c’è i Mongoli che ci vengono a… che stanno scendendo e siamo dovuti partire e andare a Pontremoli nella stessa… e lì abbiamo portato via una trentina di congelati c’avevo io… nel distaccamento dove stavo io… e congelati erano brutti perché stare dietro a dei congelati!! Io mi salvai perché come ero un po’ più diciamo un po’ esperto di militare, avevo strappato coperte, avevo fasciato le gambe fino qua… di coperte, camminavo così, camminavo.
Si stava lì un… più e meno, chi dormiva, chi si spidocchiava come si diceva prima eh! Si puliva un po’, perché il tempo non c’era quasi mai. C’era più da stare all’erta che… guardia bisognava farne tante, il più possibile per non essere presi. E lì non era come una volta, come adesso che c’è i telefoni, i telefonini, uno chiamava. Allora no! Allora s’andava con le bombe a mano, il segnale… si sparava una raffica, una bomba, una raffica e via, non sapevamo da… da un coso e l’altro noi… la staffetta sì c’erano, ma prima che arrivava le staffette, eran già arrivati i tedeschi, eh! eran già …

VIDEO : Arzelato, 20 gennaio 1945

Il 20 gennaio 1945 uno degli ultimi rastrellamenti in Lunigiana, nel paese di Arzelato. Il trailer è il breve riassunto della ricostruzione filmata di uno degli ultimi episodi di guerra a ridosso della Linea Gotica.

dal sito http://www.cittadellaspezia.it/default.aspx

La battaglia del Gottero e l’eroismo di Amelio di Giorgio Pagano

…..Il Gottero è un altro luogo simbolo della Resistenza, legato al drammatico rastrellamento del 20 gennaio 1945. Era un momento molto duro per le nostre bande della IV Zona Operativa: tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre 1944 i rastrellamenti avevano avuto conseguenze pesantissime, quasi un tracollo. A gennaio le condizioni meteorologiche peggiorarono, ci furono forti nevicate. Si sopravviveva e si combatteva a dieci, quindici gradi sottozero. La mattina del 20 gennaio ebbe inizio l’atteso e temuto rastrellamento concentrico contro la IV Zona, condotto da nazisti e fascisti: scesero da nord verso il passo delle Cento Croci, salirono da sud verso Sesta Godano, Borghetto e Calice, dilagarono da est nello Zerasco. Gran parte delle bande si ritirò sul monte Gottero. Subirono colpi, ma non ci fu lo sbandamento generale. Ci furono “solo” 50 morti e  40 prigionieri. Moltissimi partigiani subirono congelamenti più o meno gravi agli arti inferiori, privi com’erano delle calzature adatte.  Il comandante della IV Zona Mario Fontana poté scrivere al CLN spezzino che “i reparti e i comandi sono ancora in piedi e approfitteranno di quest’altra dolorosa esperienza per uscirne maggiormente rafforzati”. Fu davvero così: i partigiani si riorganizzarono e ripresero la lotta, fino alla vittoria finale contro la barbarie. La battaglia del Gottero ebbe però un ultimo drammatico epilogo. Il ritiro della colonna Giustizia e Libertà fu più complesso, perché era troppo lontana dal Gottero. Un contingente della III compagnia della colonna azionista si rifugiò a Valeriano, e fu sorpreso dalla brigate nere nella notte tra il 25 e il 26 gennaio. I partigiani, guidati dal loro comandante Amelio Guerrieri, si aprirono un varco di fuga grazie al “fuoco continuo” dei loro fucili. Purtroppo lasciarono sul terreno due uomini, ma tutti gli altri si salvarono. A sentirla raccontare sembra un’impresa impossibile: riuscì solo grazie al coraggio e all’intelligenza di Amelio. Ancora oggi i suoi “ragazzi” gli obbediscono come a un capo. Ma non scrivo oltre di lui. E’ così modesto che mi rimprovererebbe. L’ha fatto anche ieri, alla manifestazione a Valeriano, in cui ero oratore a nome del Comitato Unitario della Resistenza. Sottolineo solo un concetto, che Amelio e i suoi “ragazzi”, come tutti i partigiani, si meritano sia sempre ricordato: il ruolo dei ribelli fu decisivo dal punto di vista militare, ma anche e  soprattutto da quello politico e morale. Perché offrirono un’alternativa al fascismo e una speranza per il domani. Perché, come a Valeriano, non si arresero mai. Perché seppero scegliere tra il bene e il male. E’ un messaggio così forte che spinge ognuno di noi  a riconoscervisi. Ecco perché queste iniziative nei nostri borghi più colpiti per tener viva e rinnovare la memoria riescono sempre. Ci sono i ragazzi con i loro insegnanti: presentano i lavori, sempre pregevoli, fatti a scuola studiando la Resistenza. Ci sono il sindaco, il parroco, le associazioni, tanta gente… E la prova che la Resistenza fu un fatto di popolo, e che i suoi valori sono ancora vivi e forti nella nostra comunità. La partecipazione popolare fu un segno distintivo della Resistenza, e un fatto nuovo nella storia nazionale: si pensi al rapporto tra partigiani e contadini dei monti e operai delle città. Mai, come allora, ci fu un così forte desiderio di partecipare alla vita pubblica. Oggi, pur tra tante difficoltà,  abbiamo segni di un nuovo civismo e di una voglia di contare: guai a farli a cadere. Una democrazia non vive se la politica è una sfera castale, separata dalla società e dalla vita reale delle persone, se non rende protagonisti i più deboli, se non è lo strumento del loro riscatto e della loro emancipazione.

 

dal sito http://www.cittadellaspezia.it/default.aspx

Zeri, un cortometraggio racconterà il Battaglione Internazionale di Gordon Lett

Val di Magra – Val di Vara – Si sono svolte domenica 4 marzo, ad Arzelato e nella vallata di Zeri, le riprese su alcuni fatti del rastrellamento del 20 gennaio 1945, subito dal Battaglione Internazionale della IV zona operativa ligure, comandato dal Maggiore inglese Gordon Lett. Lett fu uno dei primissimi ad entrare alla Spezia subito dopo la liberazione e ha lasciato nelle sue memorie alcuni dei racconti più vividi ed interessanti della città in quei momenti scolpiti per sempre nella storia. L’iniziativa organizzata dall’Associazione di Rievocazione Storica Partigiana Stella Tricolore, con la produzione di MakeCulture, la collaborazione dell’ Associazione Ultimo Fronte 1945, della Pro Loco di Zeri, dell’ Anpi di Zeri, e con il patrocinio dei Comuni di Zeri e Pontremoli, rientra nel progetto per la realizzazione di un cortometraggio che racconterà con interviste ai protagonisti e le riprese dei fatti, i giorni di quel grosso rastrellamento che coinvolse una vasta zona della provincia spezzina e della Lunigiana.Lunedì 5 marzo 2012 alle 17:09:10         (leggi Tutto)

dal sito http://cdfornovo.scuole.pr.it un’altro esempio di vita  partigiana e di sopravvivenza della popolazione civile, con lo sfondo del caratteristico paese di Corchia nell’Appennino Parmense, il tutto condensato in un film trasmesso in televisione (con protagonista il noto attore Carlo Delle Piane): 

IL PRATO DELLE VOLPI

Noi bambini delle classi 4° e 5° stiamo studiando il periodo della Resistenza, poiché quest’anno ricorre il 60° anniversario, e abbiamo visto il film “Il prato delle volpi”, per la regia di Piero Schivazzappa.

Questa storia è vera e racconta di un bambino di nome Valentino, vissuto nel periodo della II Guerra Mondiale, che abitava a Parma. Sua madre era musicista e non aveva tempo di stare con lui, così lui è stato affidato alla zia, che, purtroppo, morì nel bombardamento di Parma.

Il bambino verrà affidato ad un prete di montagna ed assisterà a numerose azioni di guerra tra tedeschi e partigiani.

Finalmente Valentino riuscirà ad incontrare suo padre che era prigioniero in Africa: lo incontrerà nel “prato delle volpi” dove il suo papà scenderà con il paracadute (  Valentino aveva chiesto alla santona del paese dove poteva incontrarlo e così andò in quel prato )Dopo pochi giorni la sua famiglia si riunirà.Questo film è stato girato nel Comune di Berceto nel 1990 LEGGI TUTTO

dal sito http://blog.scuolaer.it

 16/03/2005 20.12.00 Resistenza Da Minerva

Caro Albus e cari amici di Hogwarts, noi a scuola stiamo lavorando sul progetto della Resistenza perché quest’anno è il 60° anniversario.

Per iniziare abbiamo visto una cassetta intitolata “Il Prato delle Volpi”, che è stato girato a Berceto nel 1989, da Piero Schivazzappa.

Questa cassetta parla della lotta tra tedeschi e partigiani nella montagna.

Si narra anche di un bambino di nome Valentino che vive con sua zia a Parma, perché sua mamma è musicista e non ha tempo di stare con lui e suo papà è prigioniero in Africa.

Purtroppo sua zia dopo qualche giorno muore in un bombardamento a Parma e Valentino viene affidato ad un prete di montagna che vive a Corchia.

Lì lui fa amicizia con dei bambini.

Un giorno Valentino sognò che suo padre veniva da lui buttandosi giù dall’aereo sul prato delle volpi, con un paracadute.

Valentino va da una signora che sa leggere il futuro e lei gli dice esattamente quello che aveva sognato.

In quello stesso momento Valentino decide di andare nel prato e ad un certo punto…il suo sogno si avvera.

Sua padre scende da un aereo con un paracadute e abbraccia il figlio che era da tanto tempo che non lo vedeva!

Dopo pochi giorni la famiglia si riunisce.

Da noi è venuto anche a parlarci uno studioso della Resistenza dicendoci cose interessanti.

Ci ha parlato anche di vari monumenti che sono nel nostro territorio leggi tutto

VIDEO:sigla iniziale de “IL PRATO DELLE VOLPI” sceneggiato RAI TV (Unico nel Web!)

http://www.youtube.com/watch?v=CGI5P7ihtmk

Un buon tv movie che si avvale di una vigorosa sceneggiatura di Luigi Malerba. Protagonista è un ragazzo orfano di padre che nel 1944 vaga nell’Italia insanguinata dalla guerra. Prima trova protezione in un prete, poi da un partigiano.TOCCANTE…COMMOVENTE….

 VIDEO : sigla finale de “IL PRATO DELLE VOLPI” sceneggiato Rai Tv (unico nel web!)

http://www.youtube.com/watch?v=Blqb5RHG_H4

È una storia di amore e di guerra, di violenza e di amicizia quella che Piero Schivazappa porta sul piccolo schermo nel 1990, autore anche del soggetto e, insieme allo scrittore Luigi Malerba, della sceneggiatura. Una storia che dietro il titolo poetico (“Il prato delle volpi”) cela una vicenda drammatica dell’ultimo anno di guerra, quello compreso tra la primavera del 1944 e quella successiva che vide, nell’Italia settentrionale, lo scontro più aspro tra i partigiani e i nazifascisti. Nella grande Storia si inscrive, come sempre accade, la piccola storia. Qui viene raccontata quella di un bambino di undici anni (Valentino) e della sua amicizia con Don Gabriele, un tranquillo («anche un po’ vigliacco», lo definisce Carlo delle Piane che lo interpreta) parroco di campagna, che gli è vicino nel momento in cui la guerra va frantumando la famiglia del piccolo: il padre, partito volontario per l’Africa, è prigioniero in Kenya; la madre, d’origine austriaca, torna a esibirsi come pianista assieme a un violinista, con il quale stringe un legame d’amore. Valentino viene affidato allora ad una zia, ma questa muore sotto un bombardamento. Tra gli altri interpreti: Ilona Grubel, Jean-Claude Bouillon, Berbard Fresson, Eva Darlan, Luciano Bartoli, Hubert Kramar, George Hilton e il giovane Michele Buttarelli (nei panni di Valentino).

dal sito  http://www.vocidellamemoria.it

Tambini Aldo

Tornando indietro, quando si sentiva Radio Londra, io non potevo star fermo, era l’istinto, cos’era non lo so! E abbian cominciato la lotta partigiana. La lotta partigiana è durata un bel po’ perché è finita del ’45. Piano piano, sempre avanti, avanti, avanti… sian poi… io ero a Costola là sopra San Pietro Vara. Facevo un giorno, una settimana. Si faceva un giorno, l’altra settimana, due giorni al Passo là del Bratello e lì passavan le colonne e lì si picchiava dentro a ‘ste colonne di fascisti e tedeschi e poi si tornava indietro. Lì fino… fino verso… era su novembre, novembre del ’44, cosa succede? Mi arriva ordine di rientrare di qui nella vallata nostra. Però dovevo passare il monte Gottero. Passare il monte Gottero non era facile allora, perché era nevicato, c’era tanta neve che era un disastro e su fino sotto il Gottero avevamo muli carichi di tutto. Di lì poi ho dovuto abbandonare tutti i muli e caricarsi tutto sulle spalle che avevano i muli, perché su non potevano venire i muli, c’era un metro di neve! I muli non andavano più. Lì abbiamo abbandonato i muli e su, siamo arrivati sul Gottero. Arrivati sul Gottero, c’era una croce sul Gottero, ho detto: “Quando arriviamo su, quando vedo la croce sarò arrivato!” La croce non si vede. Una croce che è alta quattro metri e non si vedeva perché la neve era più di quattro metri lassù in cima! Ed era gelata, si camminava in modo bestia perché, carichi, si rompeva e si affondava e via e via e via.

Quando siamo stati tutti lassù in cima ho raccomandato agli uomini di non passare vicino ai cespugli, perché non erano cespugli, erano faggi, saltavano fuori le punte dei faggi. Perché ho detto: “Se andate giù lì, non vi tira più fuori nessuno; cercate sempre di passare allargati e distanti uno dall’altro ma non vicino ai cespugli”. Io c’avevo un zaino in spalla che era molto pesante. Avevo dentro una telecamera presa ai tedeschi, era lunga così, una telecamera che c’aveva tutte le fotografie sviluppate dentro lì questa cassetta, questa valigia che aveva. Fotografava tutte le fortezze volanti americane che passavano. E io ce l’avevo presa a Bedonia quella lì, perché era arrivata a Bedonia una camionetta e c’hanno avvertito che sono i tedeschi in arrivo e allora io sono andato giù per prendere ‘sta camionetta, ma non sono entrato in Bedonia. Mi son fermato sopra, dove c’era un pezzo di rettilineo di strada e mi son messo nella curva. E’ arrivata su ‘sta camionetta dopo un paio d’ore che eravamo lì a aspettare, abbiamo sentito dei rumori, è arrivata su ‘sta camionetta, l’ho lasciata avvicinare. Quando è stata più o meno a metà del rettilineo c’ho picchiato dentro con la 37, l’autista è rimasto morto, il capitano che c’era di fianco s’è salvato, è riuscito a saltar fuori perché la camionetta era andata giù nella scarpata a fianco alla strada ma non era ribaltata. Lui è riuscito a scappare che non siamo riusciti a prenderlo! Però io, quando sono arrivato, ho preso la roba che era sopra la camionetta e via! E ce l’avevo nel zaino. Quando scendevo dal Gottero, un bel momento son scivolato, mi si è sganciato il zaino dalle spalle, è partito il zaino, io non l’ho più visto! Io non ci sono andato adietro! L’ho lasciato andare. E giù. Storie! Ma ogni tanto qualcuno cascava da una parte, l’altro cascava dall’altra e lì a prenderli su e “bisogna andare, bisogna andare!” E quelli non ce la facevano più a portare il zaino, lì ci si rendeva il zaino. Io a un bel momento ne avevo tre zaini sulle spalle, mica uno! E quei cinque o sei che eravamo dietro tutti eravamo carichi come i muli! Un bel momento, io avevo un paio di stivali lì, che mi ero fatto fare a San Pietro Vara, di anfibio; si è gelato le gambiere, non si cammina più.

Hè! Cosa si fa? Allora ‘sti qui che avevo dietro, che potevano ancora camminare, c’ho detto: “Andate avanti per la pista che trovate, che hanno fatto gli altri e quando arrivate alle prime case diteci di venirci incontro qualcuno perché io non ce la faccio più!” Era il tramonto della sera, ho visto un’ombra da lontano nella neve, ho detto: “Qualcuno arriva!” Perché eravamo tutti in terra, non s’andava più. E’ arrivato su uno con una slitta a mano, di quelle che adoperavano a andare a caricare la legna. E’ arrivato su, era il padre di uno di Monte Groppo, di un certo Sabini, c’ha caricato in sei sulla slitta – e sì, eravamo in sei che non andava più – c’ha caricato e c’ha tirato giù sino alle case. C’ha portato in casa sua, lì c’era una pentola di latte, sulla stufa (perché l’unica cosa che si trovava nelle case, tutti avevano il latte caldo) lì abbian bevuto un po’ di latte caldo, ci siamo un po’ ripresi. Io cercavo di togliermi i stivali ma non ci riuscivo e è stata una fortuna perché all’una dopo mezzanotte arriva su uno e fa: “Guardate che i tedeschi stanno tornando giù dalla Cappelletta di Monte Groppo”. E allora cosa si fa? Lì bisogna andare! Giù, sian venuti giù agli Squarci, dagli Squarci non abbian preso la strada carrozzabile, abbian preso tutta la strada mulattiera che facevano quelli di Monte Groppo per venire ad Albereto prima che non c’era la strada carrozzabile. E giù, piano piano, piano piano, piano piano siamo arrivati a Boschetto su alle Caselle. Io mi ero fermato in una casa prima, di Signorini, una casa dove c’era uno con noi anche, un figlio. In questa casa c’era tutto spento, lì ho chiamato: niente! Ho detto: “Qui bisogna farsi conoscere”. Allora ho chiamato ancora: “Amedeo, Amedeo! Sono Aldo”. S’è accesa la luce, hanno acceso la luce, ho detto: “Forse si alzano”. Sono venuti giù a aprire, siamo andati in casa, lì c’avevamo riempito in casa – aveva una cucina grande, anche lì c’era una pentola di latte sulla stufa – e lì han bevuto ‘sto latte e via. Poi ho detto: “Qui qualcosa bisogna fare”. Stare qui, io stavo in casa un quarto d’ora, venti minuti, ma poi uscivo sempre per sentire, vedere se… ma prima era buio, non riuscivo a vedere ma non sentivo nessun rumore e allora tornavo dentro. Quando stava spuntando l’alba sono uscito, e avevo un paio di binocoli io di artiglieria che erano quelli che m’han salvato la vita, anche ai miei uomini tante volte, ho cominciato a guardare in giro e guardavo la strada carrozzabile che andava su verso Monte Groppo. Laggiù in fondo c’era un pezzo di strada diritta, un cento metri, poi c’era una curva, vedevo tutta una riga nera. Ho detto: “Come mai?” Sono andato dentro, ho chiamato ‘sto Amedeo, ho detto: “Vieni un po’ fuori, è andata via la neve sulla strada o no?” e fa: “No, no”. C’ho detto: “Guarda un po’ laggiù, laggiù c’è una riga nera”. Ha guardato giù anche lui e fa: “Storie! – ha detto – sono gente che vanno su!” Erano tedeschi che andavano su verso Monte Groppo.

“Madonna bona – c’ho detto – qui bisogna levarsi di qui, perché se stiamo qui… Sappiamo che giro fanno o verranno a trovarci?” Sono uscito di nuovo, c’ho detto: “Da Monte Groppo – c’ho detto – c’è dai Zaloni, c’è una strada che va in macchia, dove arriva quella strada?” E fa: “Arriva su nella pineta”. Io ho cominciato a guardare, perché era già chiaro, ho cominciato a guardare, a guardare, a guardare. A un bel momento mi vedo a spuntare una colonna che veniva giù. Ho detto: “Qui… gli altri andavano su, quelli lassù vengono giù, vengono a prenderci”. E allora sian partiti di lì, siamo andati là, abbiamo traversato, siamo andati a finire sopra il cimitero di Boschetto e lì c’era un tratto di pulito, abbian cominciato TA PUN, a sentire le pallottole fischiare. Ho detto: “Qui son vicini già!” E via via via siamo andati a finire a casa Bozzini di Albareto che è su in cima, l’ultimo gruppo di case che c’è. E lì ci sian fermati. Ci sian femati e: “Dove andiamo?” per vedere un po’ la situazione com’è. E’ arrivato Richetto, è arrivato Richetto, c’ho detto: “Richetto – c’ho detto – qui è un posto che non è indicato perché prima andavano su, adesso son venuti giù di sopra; qui domani mattina siamo fregati, di qui bisogna andare”. E mi fa: “Dove andiamo?” –

“Eh! – c’ho detto – io ce l’ho una direzione da andare!” – “ Eh” – fa – ma qui gli uomini son tutti bagnati, han fame, han freddo, andiamo a Monte Groppo!” – “No no – c’ho detto – a Monte Groppo non ci vengo, perché Monte Groppo è una trappola, da Monte Groppo non si esce più”. C’ho detto: “Io a Monte Groppo non ci vengo”. “Eh! – fa – ma di qui qualcosa bisogna pensare”. C’ho detto: “Te vai pure, io quando sarà il momento parto per un’altra direzione”. E lì è venuto buio. E’ venuto buio, Richetto è partito con una cinquantina di uomini e sono andati su, sono andati agli Squarci a Monte Groppo. Io invece sono venuto giù perché avevo seguito tutti i movimenti che avevano fatto i tedeschi nella zona di fronte e li avevo visti a venir giù, li avevo visti nella zona di Folta. A Folta poi è venuto buio non ho più visto niente. Io ho detto: “Io ci devo passare di lì!” Infatti vengo giù a Boschetto, niente, tutto calmo, traverso la strada. Traversato la strada lì, ho detto: “Io a traversare il Gottero a bagnarmi i piedi non ci vado, io cammino sulla strada. Se ci sono, si spara, altrimenti andiamo”. E su su su son riuscito a passare; sian passati tutti, lì ce n’ avevo una colonna che non finiva più dietro. Su, arrivato a Tombeto, io prendevo le scorciatoie, non passavo sulla strada carrozzabile, sempre le scorciatoie. Son passato su da mia zia che abitava a Tombeto lì, una casa che era separata un po’ fuori del gruppo, c’ho spalancato la porta, avevo il mitra spianato, ho detto: “Se ci sono in casa li ammazzo”. Invece c’era mia zia sola, come mi ha visto ha cominciato a gridare: “Dove vai? Sei matto!” a piangere “e ci sono i tedeschi lì, dove vai?” E c’ho detto: “Zia stai zitta, devo passare” – “E ci vado a vedere…” – “No – c’ho detto – te stai in casa e non ti muovere”. M’aveva detto che sulla strada sopra lì c’era una postazione di mitraglia. E allora cosa ho fatto? Partito in due colonne, abbiamo circondato ‘sta zona dove c’era ‘sta mitraglia e non c’è più niente! Ho guardato in giù, stavano scendendo per arrivare al bivio di Groppo, la colonna tedesca che andava giù e io sono andato su, sono andato su a Folta. Arrivo a Folta dove abitavo io, sono andato in casa dei miei, sembrava la fine del mondo. Mia madre che non stava neanche più in piedi quando m’ha visto dal gridare che faceva. In casa mia c’erano in 22 di Folta perché, come erano appena andati via i tedeschi, s’erano ammucchiati tutti lì. Io sono stato lì in casa un attimo, poi c’ho detto: “Io vado di qui, io di qui vado perché non sono ancora fuori del pericolo”. C’ho detto a mio babbo: “Guarda che stanotte qui ne arriveranno altri e digli dove devono passare”. Io sono andato a Seipelami dove abitava quella signora là, lì mi son fermato, ho aspettato che arrivasse un altro gruppo, poi son partito con un primo gruppo che avevo con me; li ho fatti andare ai Pistoi, a un altro gruppo di case su staccato, sopra Caciarasca e lì piano piano sono arrivati su tutti e io ogni gruppo che arrivava facevo partire l’altro gruppo e via. Piano piano ero arrivato fino all’albergo Miramonti coi primi. Io, al mattino, sono andato sopra a Groppo, che si vede tutta la strada che viene giù da Monte Groppo per vedere se i tedeschi venivano in giù, se erano ancora su. E guardavo su con i binocoli e ho visto la colonna che scende da Monte Groppo. Andava giù… veniva giù verso Boschetto. Allora ho detto: “Mah! quelli che sono andati a Monte Groppo li avranno presi!” Un bel momento vedo l’altra colonna che arriva, e io guardavo con i binocoli e ho visto che in mezzo c’erano i partigiani in questa colonna tedesca.

C’erano e ho visto, ho conosciuto anche Richetto che c’era in mezzo. E allora questi qui… Io, duecento uomini erano già arrivati sopra a Ponte Strambo, è un paese là sopra a Ponte Strambo a Strepeto, perché il rastrellamento era venuto di qua e di là non c’era più niente. E io dopo un po’ quando ho visto la colonna andar giù, son partito e via. Sono arrivato là dove erano gli uomini, i primi. Sono arrivato là, c’ho detto: “Qui bisogna andare alla caccia dei tedeschi perché lì ci sono prigionieri da cambiare!” E infatti sian partiti in due gruppi, siamo andati giù verso Santo Stefano d’Aveto; c’è da camminare, attraversare tutto il Penna e andare giù. Siamo riusciti a prendere cinque te… cinque prigionieri. E allora, quando sono arrivato in zona di nuovo, c’era il Monsignore di Bedonia che io avevo già fatto un altro cambio con questo arciprete, mi son messo in contatto con lui e c’ho detto: “Io vorrei cambiare i prigionieri che sono a Borgottaro”: E fa: “Allora ci andiamo!” Io sono andato giù con un gruppo di uomini e avevo cinque tedeschi e tre fascisti, ne avevo otto. Quando sono stato all’albergo Appennino lì a Borgottaro, mi sono fermato lì perché non sapevo dove erano e lì è arrivato su ‘sto monsignore, mi fa: “Sono quaggiù”. Sono qua che c’era la Casa del fascio nel viale lì, 200-300 metri dall’albergo Appennino. Fa: “Son laggiù dentro”. C’ho detto: “Io dove vado?” Fa: “Spostati giù che io adesso li vado a avvertire”. Sono andato giù un po’ poi mi son fermato, ho detto: “Mah! Prima di andare là proprio vicino sarà meglio che stia un po’ più lontano”. E’ saltato fuori di nuovo ‘sto prete; viene giù con… erano 4 o 5 tedeschi con un ufficiale e son venuti dove ero io fermo. Lì c’avevano un interprete, c’ho detto: “Io vorrei cambiare i prigionieri”. Fa: “Che prigionieri?” – “Quelli che avete preso – ho detto – adesso io non so quanti sono di preciso, però so che li avete lì”. – “Si si, ci sono ci sono”. C’ho detto: “Io qui c’ho cinque tedeschi, io ve li do, e tre fascisti, otto; me ne date otto di quelli che avete e io me ne vado”. L’ufficiale mi guarda un po’ poi mi fa: “Cinque per i tedeschi te li diamo, per i fascisti no!” – “Ah! Ah! non sono con voi i fascisti? Se vi do anche i fascisti è perché sono con voi e voi non mi date in cambio per quelli?” Fa: “No!” E infatti m’han dato cinque ma Richetto non me l’han dato. M’han dato due commissari, m’han dato un certo Bruno di Spezia e un altro di Spezia. M’han dato cinque con i tedeschi. Li han portati lì, c’ho detto: “Va bene e di questi qui non mi date niente?” E fa: “No, di quelli lì non possiamo darvi niente”. Ho detto: “Allora ve li regalo perché io non li voglio, ve li regalo e io me ne vado”. E sono andato con i cinque uomini ma Richetto non me l’han dato perché avevano conosciuto che era comandante. Non me l’han voluto dare.

E poi è andata bene perché poi da Borgotaro sono andati su a Bedonia, da Bedonia son partiti per Bardi e poi andavano giù che li dovevano portare verso Fiorenzuola. Soltanto che Richetto, durante il tragitto, una sera c’era una baracca dei cantonieri a fianco alla strada, si son fermati, han detto: “Adesso li mettiamo qui dentro i prigionieri”. Lì era sera, non era ancora buio ma via, cominciava l’imbrunire della sera. Richetto s’è guardato in giro e ha visto che sotto c’era un precipizio laggiù e allora, quando dovevano entrare dentro ‘sta baracca, lui è saltato giù per questo precipizio, lui e un altro – gli altri non han fatto in tempo ma in due son riusciti a buttarsi giù – c’han sparato dietro ma non li han più presi perché a rotoli sono andati a finire… e sono rientrati dopo quattro o cinque giorni. Ma gli altri li han portati giù e li han fucilati giù che c’era uno di San Pietro Vara, che c’era la sorella che era staffetta con me e l’han fucilato anche lui giù.

Quello è stato il secondo giro che abbiamo fatto, poi ce n’è ancora. (leggi tutto)

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