Apostrofi “campanilistici” (versi in dialetto) della Val Taro in «Paese che” vai, usanza (e persone) che trovi» – Archivio “Il Pellegrino delle valli Gotra e Arcina” – Estate 1979 (aprile – luglio)

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1979-04 Copertina Il Pellegrino delle valli Gotra e ArcinaEcco una serie di apostrofi “campanilistici”, che un tempo venivano reciprocamente “lanciati” dagli abitanti dei vari paesi della Valle e con cui si passavano in rassegna gli abitanti delle varie frazioni (ville), soprannomi e appellativi derivanti spesso da caratteristiche proprie, o difetti, o per attività, o posizione geografica.

 

Anche “valgotrabaganza” ci tiene a sottolineare che:

1979-04 Il Pellegrino delle valli Gotra e Arcina  (25) Paese che” vai, usanza (e persone) che troviDi alcuni appellativi si trova l’origine ed il significato, di altri, forse i più, se n’è perduta la percezione, di qualcuno di essi suona quasi offensivo, per cui «Il Pellegrino» ricordandoli, non intende associarsi alla spiegazione, ma elencare semplicemente un dato di fatto.

Preziosa opera sarebbe quella di correggere eventuali detti o spiegare le motivazioni di tali appellativi.

(da «Paese che” vai, usanza (e persone) che trovi» – Il Pellegrino delle valli Gotra e Arcina” – Estate 1979 aprile – luglio).

Filastrocca, inserita in «Paese che” vai, usanza (e persone) che trovi» – Il Pellegrino delle valli Gotra e Arcina” – Estate 1979 (aprile – luglio)

 

Signurèn da Va’dena
Turututù du ‘Bizzò
Tèra-cotta cui de Gotra
Bariloiti cui d’Arbareiu
 
Sappa-leme di San Crüggu
Testa-grossa du Tumbeiu (anche: Trumbazzotti)
Castrunazzi du Groppu
 
Pianta-cori da Furca
Pianta-pori de Cazzarasca
Rompa-fiaschi i Pievaschi
Semen’na-sa i Campisò
 
Lecca-piatti de Cudognu
Scorna-crave di Tarsognu
Scursarò de Turneru
Lavajenti de Canesu
 
E marsen’ne lunghe de Carneja i dan da meraveja
Rasc’cia-Cristi de Montasüssu (anche: S’ciupetèn)
 
Tumbèn ballarèn
Calizzotti cantarèn
Peisa-öriu de Cumpiàn
Rablenti tutti i Burghesàn

Tentiamo una spiegazione da «Paese che” vai, usanza (e persone) che trovi» – Il Pellegrino delle valli Gotra e Arcina” – Estate 1979 (aprile – luglio)”

Signurèn da Va’dena

– « Signurèn da Va’dena ». Gli abitanti della Val d’Ena, avevano una certa eleganza nel portamento ed usavano nella loro parlata dialettale termini italiani. Una ragione si potrebbe ricavare nella loro storia: i conti Ena, feudatari della valle.

Turututù du Bizzò

– quelli di Buzzò, detti «Turututù», erano dotati di lingua sciolta e pertanto buoni parlatori, però si stentava a capirli.

Tèra-cotta cui de Gotra

– Per lungo tempo furono usati i noti « testarö» di Gotra. Ai Signorastri vi è ancora una zona la cui terra è molto atta a preparare utensili di terracotta per cuocere pane, patona e, fra i testaro, i chizzurèn» o «chizzurotti ». Giovanni Spotti 2 inverni fa, fece qualche centinaio di questi «testarö», facendoli essiccare in casa in appositi scafali (trasformandola in una … fabbrica e suscitando le proteste della moglie) prima di cuocerli al fuoco vivo.

Bariloiti cui d’Arbareiu

 – I « Barilotti » di Albareto costruivano secchi, botti, barili con il legno di castagno. Varie erano le famiglie che si dedicavano a questa attività: Antonio Delpippo (Case Sartori), Orsi Francesco e Antonio (Casale); fam. Orioli e Lazzaro … di Lacciare; gli Ippi. Il legno preparato nell’estate, veniva segato a seconda dei recipienti da costruirsi e nell’inverno si confezionavano. Si attendeva la occasione di fiera a Pontremoli, Varese Ligure, Bardi, oltre Borgotaro, e alla vigilia, di buon mattino, i barilotti partivano per essere pronti nel giorno fissato. Fabbricavano pure ceste, gerli con rami sezionati due o tre volte (scùdeze). Fra i vari dediti a questa attività vanno ricordati i Vignali, Spagnoli (Case Mirani), Orsi Stefano (Case Mazzetta).

Sappa-leme di San Crüggu

– Gli abitanti di S. Quirico erano chiamati «zappatori di leme ». Questa leguminosa è poco più grossa del seme di veccia, una specie di lenticchia; vi è di due qualità: una grigio-scura ed un’altra biancastra. A sentire i nostri vecchi, un tempo, da queste parti si seminava quella grigio-scura. Vi sono anziani (Emilio Mezzetta) che ricordano d’averla seminata. Sappiamo che il granoturco fece il suo ingresso nelle nostre valli verso il 1660 soppiantando progressivamente il leme. L’appellativo dato ai « Sancrügotti » fa ritenere che a S. Quirico sia perdurata la coltivazione e l’uso del leme tanto da divenire proverbiale.

Testa-grossa du Tumbeiu (anche: Trumbazzotti)

–  «Testa-grossa » erano chiamati quelli di Tombeto. Beh, le parole sono comprensibili a meno che non vadano intese in senso metaforico ed allora significa anche: intelligenti. Tenendo conto che erano detti « Trumbazzotti » è confermata la seconda interpretazione: perché davan fiato alle . .. trombe, in senso metaforico, per vantarsi e lodarsi.

Castrunazzi du Groppu

 – « Castrunazzi » gli abitanti di Groppo e Montegroppo (un tempo uniti) erano bonari e pertanto paragonati ad agnelloni. Bisogna dire che con il passare del tempo hanno reagito a tale situazione, specie quelli di Montegroppo e pertanto quell’appellativo è ormai superato.

Pianta-cori da Furca

– A Folta e Cacciarasca vi erano orti molto fiorenti, in cui prosperavano cavoli e porri, ottimi come contorno per cotechini e salsicciotti. Avranno avuto anche una certa ricercatezza nella cucina. Buon per loro! Però, c’è anche: «A Cazzarasca chi ne gh’in porta, ne gh’in tasca»

Pianta-pori de Cazzarasca

– A Folta e Cacciarasca vi erano orti molto fiorenti, in cui prosperavano cavoli e porri, ottimi come contorno per cotechini e salsicciotti. Avranno avuto anche una certa ricercatezza nella cucina. Buon per loro! Però, c’è anche: «A Cazzarasca chi ne gh’in porta, ne gh’in tasca»

Rompa-fiaschi i Pievaschi

– Gli abitanti di Pieve di Campi per la loro posizione geografica· erano lontani dalle sorgenti per cui dovevano recarsi con secchi e fiaschi ad attingere acqua, almeno quella potabile piuttosto lontano. Allora come ognuno sa; era facile inciampare e … rompere il fiasco. Anche «nebiai» perché, essendo prossimi al Taro, la nebbia invernale come pure i vapori settembrini, che ristagnano facilmente, giustificano l’appellativo.

Semen’na-sa i Campisò

 – Gli abitanti di Pieve di Campi per la loro posizione geografica· erano lontani dalle sorgenti per cui dovevano recarsi con secchi e fiaschi ad attingere acqua, almeno quella potabile piuttosto lontano. Allora come ognuno sa; era facile inciampare e … rompere il fiasco. Anche «nebiai» perché, essendo prossimi al Taro, la nebbia invernale come pure i vapori settembrini, che ristagnano facilmente, giustificano l’appellativo.

Lecca-piatti de Cudognu

– Gli abitanti di Codogno « Lecca-piatti », per la loro indole molto servizievole non può trovare spiegazione se non ricordando la presenza, come la casa Ferrari testimonia, dei Fieschi o di un loro rappresentante in un tempo orma lontano. E’ naturale che con dei conti, il popolo minuto non poteva che assecondare i loro voleri.

Scorna-crave di Tarsognu

– A Tarsogno, posto in luoghi boscosi preferiti da pecore e capre, un tempo piuttosto abbondanti, gli abitanti erano soliti accorciare o tagliare le corna a questi ovini perché o non danneggiassero troppo o anche perché fossero più liberi.

Scursarò de Turneru

– Tornolo, posto a ridosso del Taro, nel cui greto crescono rigogliosi alcune specie di salicacee (Salcio fragile) da cui gli industriosi abitanti prendono i giovani rami ricavandone vimini dopo averli scuoiati con la «sgorbia» e fatti essiccare al sole, confezionano cesti, panieri e valli tanto utili e pratici per svariati usi domestici.

Lavajenti de Canesu

 – Caneso, il paesino appollaiato alle falde nord-est del monte Orocco, resta a lungo inumidito o bagnato dall’acqua piovana o dalle nevi e acque invernali per cui le strade sono sovente fangose con l’inconveniente di inzaccherare i disagiati abitanti, che senza loro colpa, sono « lavajenti ».

E marsen’ne lunghe de Carneja i dan da meraveja

– A Carniglia era fiorente, un tempo, l”industria del telaio, per cui gli abitanti, potevano permettersi di portare lunghe giacche «marsine» dandosi una certa aria d’importanza e pertanto suscitavano una certa invidia e senz’altro ammirazione in coloro che li vedevano.

Rasc’cia-Cristi de Montasüssu (anche: S’ciupetèn)

 – Non facile è l’espressione riguardante quelli di Montarsiccio. «Raschiare» è un verbo che fa pensare a vari gesti intesi a prendere, togliere fino all’osso un pezzo di carne; come pure, in gergo dialettale, « rubare ». «S’ciupetén » richiama la caccia e pertanto i due appellativi indulgono ad interpretare ad intendere in tal senso: il luogo, come tutti i paesi di montagna (Montarsiccio ancor di più) essendo scarso di risorse, spingeva gli abitanti a cacciare, ad utilizzare ogni risorsa e a non sprecare nulla, e, se capitava l’occasione a «raschiare» qualcosa di incerta proprietà.

Tumbèn ballarèn

Calizzotti cantarèn

– Ballerini quelli di Tomba e Canterini quelli di Calice è di facile comprensione.Il ballo ed il canto erano gli unici divertimenti un tempo in cui la mancanza di televisione, strada, auto, … orologio, univa casolari in serenità e solidarietà di cui se ne va perdendo il significato.

Peisa-öriu de Cumpiàn

– Gli abitanti di Compiano erano di un’estrema precisione specie negli affari. Il detto «pesatori d’olio», dato che l’olio è più leggero dell’acqua, ne indica la meticolosità. Ciò può essere dovuto alla praticità che hanno acquisito attraverso i tempi con l’uso delle bilance, dato che era sede dei vari feudatari imperiali o ducali.

Rablenti tutti i Burghesàn

 – Infine quelli di Borgotaro sono «rabelenti » (= ruba tori, imbroglioni). Per comprendere tale appellativo occorre risalire al tempo in cui la cittadina, con le sue misure, le porte con i doganieri di guardia e molti « cittadini» alle prese tutti i giorni con l’appetito. Quelli del contado per aver qualche palanca cercavano di vendere i loro prodotti agricoli portavano in città cacio, ricotta, uova … che venivano tassati alle porte, il popolino che voleva acquistare ad un prezzo di poco superiore alla tassa e il contadino costretto a vendere per non dorver riportare a casa la sua merce… erano i tempi duri!

 Le spiegazioni riportate possono essere imprecise, chi ritenesse di dover fare dei rilievi, faccia pure liberamente, gliene saremmo grati.

Annotare su un blog e usare la tecnologia per trasmettere  informazioni, riguardo il nostro dialetto, i costumi, e i “riti”dei vecchi contadini, pensiamo sia importante per cercare di recuperare il nostro passato, la cultura, le tradizioni, e gli usi locali che ancora oggi nel mondo rurale sono tramandati da padre in figlio. 

(guarda i post Origini)

Di seguito testo integrale tratto da: “PAESE CHE VAI USANZA (e persone) CHE TROVI” – “Il Pellegrino delle valli Gotra e Arcina” – Estate 1979 (aprile – luglio)

 

“PAESE CHE VAI USANZA (e persone) CHE TROVI”

1979-04 Il Pellegrino delle valli Gotra e Arcina  (26) Paese che” vai, usanza (e persone) che troviUn tempo, come è noto, era frequente l’uso di appellativi o soprannomi per indivIduare una persona; in tal modo era più facilmente reperibile che con il cognome.

Tali appellativi (più o meno graditi in apparenza, ma con il tempo tranquillamente accettati) erano formulati in base al luogo di provenienza, al grado ricoperto nel servizio militare, al titolo di studio, al nome di un personaggio della famiglia resosi noto per la statura, la forza o anche per un difetto fisico.

(…)

1979-04 Il Pellegrino delle valli Gotra e Arcina  (27) Paese che” vai, usanza (e persone) che troviUn’analoga premessa può essere fatta all’elenco dei vari paesi delle nostre valli, seguiti o preceduti da appellativi che indicano l’attività caratteristica dei rispettivi abitanti, la loro indole o anche i difetti, senza con questi, intendere classificarli in blocco. Di alcuni appellativi si trova l’origine ed il significato, di altri, forse i più, se n’è perduta la percezione, di qualcuno di essi suona quasi offensivo, per cui « Il Pellegrino » ricordandoli, non intende associarsi alla spiegazione, ma elencare semplicemente un dato di fatto.

1979-04 Il Pellegrino delle valli Gotra e Arcina  (28) Paese che” vai, usanza (e persone) che troviPreziosa opera sarebbe quella di correggere eventuali detti o spiegare le motivazioni di tali appellativi.

Ricordo che un tale uso non era limitato ai soli nostri paesi, ma pure in alta val Ceno e val Gelana e di certo, alcuni soprannomi rasentano l’offesa.

Per coloro che ne volessero sapere di più e per come e perché (che non è certo nel l’intenzione di coloro che hanno curato l’edizione del libro «Scarfuie» : Sara Raffi Lusardi e il Dott. Flaminio Musa). Fra le molte gustose, briose e nostalgiche poesie dialettali, o racconti, scritti da una dozzina di autori locali vi sono questi titoli : 

– I «Sümiotti de Calise» – I «Laienti» de Canesu.

– I «Gatti de Casarpurin» – L’«Invidiusi» de Drüsco.

– I «Pu’tin» d’Eisöra – I «Ballarin » da’ Grupera.

– I «Ras’cia-Cristi» de Montasüssu – I «Taccalite» de Revureiu.

– I «Ursi» de Rumezzan – I «Maran» de Servura.

– I «Nebiai» d’a Spura – I «Cantarin» d’a Tomba. 

Chi volesse sapere il perché ed il per come, non ha che da acquistare il volume e credo che ne sarà contento.

Torniamo ai nostri paesi, ringraziando il Cav. Giovanni Tommaselli per aver permesso questo anticipo, dato che doveva apparire sul “volumetto” in preparazione riguardante appunto le notizie su Albareto.

 

“Signurèn da Va’dena

Turututù du ‘Bizzò

Tèra-cotta cui de Gotra

Bariloiti cui d’Arbareiu

 

Sappa-leme di San Crüggu

Testa-grossa du Tumbeiu (anche: Trumbazzotti)

Castrunazzi du Groppu

 

Pianta-cori da Furca

Pianta-pori de Cazzarasca

Rompa-fiaschi i Pievaschi

Semen’na-sa i Campisò

 

Lecca-piatti de Cudognu

Scorna-crave di Tarsognu

Scursarò de Turneru

Lavajenti de Canesu

 

E marsen’ne lunghe de Carneja i dan da meraveja

Rasc’cia-Cristi de Montasüssu (anche: S’ciupetèn)

 

Tumbèn ballarèn

Calizzotti cantarèn

Peisa-öriu de Cumpiàn

Rablenti tutti i Burghesàn”

 

Tentiamo una spiegazione:

– «Signurèn da Va’dena». Gli abitanti della Val d’Ena, avevano una certa eleganza nel portamento ed usavano nella loro parlata dialettale termini italiani. Una ragione si potrebbe ricavare nella loro storia: i conti Ena, feudatari della valle. 

– quelli di Buzzò, detti «Turututù», erano dotati di lingua sciolta e pertanto buoni parlatori, però si stentava a capirli. 

– Per lungo tempo furono usati i noti «testarö» di Gotra. Ai Signorastri vi è ancora una zona la cui terra è molto atta a preparare utensili di terracotta per cuocere pane, patona e, fra i testaro, i chizzurèn» o «chizzurotti ». Giovanni Spotti 2 inverni fa, fece qualche centinaio di questi «testarö», facendoli essiccare in casa in appositi scafali (trasformandola in una … fabbrica e suscitando le proteste della moglie) prima di cuocerli al fuoco vivo.

– I «Barilotti» di Albareto costruivano secchi, botti, barili con il legno di castagno. Varie erano le famiglie che si dedicavano a questa attività: Antonio Delpippo (Case Sartori), Orsi Francesco e Antonio (Casale); fam. Orioli e Lazzaro … di Lacciare; gli Ippi. Il legno preparato nell’estate, veniva segato a seconda dei recipienti da costruirsi e nell’inverno si confezionavano. Si attendeva la occasione di fiera a Pontremoli, Varese Ligure, Bardi, oltre Borgotaro, e alla vigilia, di buon mattino, i barilotti partivano per essere pronti nel giorno fissato. Fabbricavano pure ceste, gerli con rami sezionati due o tre volte (scùdeze). Fra i vari dediti a questa attività vanno ricordati i Vignali, Spagnoli (Case Mirani), Orsi Stefano (Case Mazzetta). 

– Gli abitanti di S. Quirico erano chiamati «zappatori di leme». Questa leguminosa è poco più grossa del seme di veccia, una specie di lenticchia; vi è di due qualità: una grigio-scura ed un’altra biancastra. A sentire i nostri vecchi, un tempo, da queste parti si seminava quella grigio-scura. Vi sono anziani (Emilio Mezzetta) che ricordano d’averla seminata. Sappiamo che il granoturco fece il suo ingresso nelle nostre valli verso il 1660 soppiantando progressivamente il leme. L’appellativo dato ai « Sancrügotti » fa ritenere che a S. Quirico sia perdurata la coltivazione e l’uso del leme tanto da divenire proverbiale.

–  «Testa-grossa» erano chiamati quelli di Tombeto. Beh, le parole sono comprensibili a meno che non vadano intese in senso metaforico ed allora significa anche: intelligenti. Tenendo conto che erano detti « Trumbazzotti » è confermata la seconda interpretazione: perché davan fiato alle . .. trombe, in senso metaforico, per vantarsi e lodarsi.

«Castrunazzi» gli abitanti di Groppo e Montegroppo (un tempo uniti) erano bonari e pertanto paragonati ad agnelloni. Bisogna dire che con il passare del tempo hanno reagito a tale situazione, specie quelli di Montegroppo e pertanto quell’appellativo è ormai superato.

– A Folta e Cacciarasca vi erano orti molto fiorenti, in cui prosperavano cavoli e porri, ottimi come contorno per cotechini e salsicciotti. Avranno avuto anche una certa ricercatezza nella cucina. Buon per loro! Però, c’è anche: «A Cazzarasca chi ne gh’in porta, ne gh’in tasca»

– Gli abitanti di Codogno «Lecca-piatti», per la loro indole molto servizievole non può trovare spiegazione se non ricordando la presenza, come la casa Ferrari testimonia, dei Fieschi o di un loro rappresentante in un tempo orma lontano. E’ naturale che con dei conti, il popolo minuto non poteva che assecondare i loro voleri.

– Gli abitanti di Pieve di Campi per la loro posizione geografica· erano lontani dalle sorgenti per cui dovevano recarsi con secchi e fiaschi ad attingere acqua, almeno quella potabile piuttosto lontano. Allora come ognuno sa; era facile inciampare e … rompere il fiasco. Anche «nebiai» perché, essendo prossimi al Taro, la nebbia invernale come pure i vapori settembrini, che ristagnano facilmente, giustificano l’appellativo.

– A Tarsogno, posto in luoghi boscosi preferiti da pecore e capre, un tempo piuttosto abbondanti, gli abitanti erano soliti accorciare o tagliare le corna a questi ovini perché o non danneggiassero troppo o anche perché fossero più liberi.

Tornolo, posto a ridosso del Taro, nel cui greto crescono rigogliosi alcune specie di salicacee (Salcio fragile) da cui gli industriosi abitanti prendono i giovani rami ricavandone vimini dopo averli scuoiati con la «sgorbia» e fatti essiccare al sole, confezionano cesti, panieri e valli tanto utili e pratici per svariati usi domestici.

Caneso, il paesino appollaiato alle falde nord-est del monte Orocco, resta a lungo inumidito o bagnato dall’acqua piovana o dalle nevi e acque invernali per cui le strade sono sovente fangose con l’inconveniente di inzaccherare i disagiati abitanti, che senza loro colpa, sono « lavajenti ».

– A Carniglia era fiorente, un tempo, l”industria del telaio, per cui gli abitanti, potevano permettersi di portare lunghe giacche «marsine» dandosi una certa aria d’importanza e pertanto suscitavano una certa invidia e senz’altro ammirazione in coloro che li vedevano.

– Non facile è l’espressione riguardante quelli di Montarsiccio. «Raschiare» è un verbo che fa pensare a vari gesti intesi a prendere, togliere fino all’osso un pezzo di carne; come pure, in gergo dialettale, « rubare ». «S’ciupetén » richiama la caccia e pertanto i due appellativi indulgono ad interpretare ad intendere in tal senso: il luogo, come tutti i paesi di montagna (Montarsiccio ancor di più) essendo scarso di risorse, spingeva gli abitanti a cacciare, ad utilizzare ogni risorsa e a non sprecare nulla, e, se capitava l’occasione a «raschiare» qualcosa di incerta proprietà.

Ballerini quelli di Tomba e Canterini quelli di Calice è di facile comprensione.Il ballo ed il canto erano gli unici divertimenti un tempo in cui la mancanza di televisione, strada, auto, … orologio, univa casolari in serenità e solidarietà di cui se ne va perdendo il significato.

– Gli abitanti di Compiano erano di un’estrema precisione specie negli affari. Il detto «pesatori d’olio», dato che l’olio è più leggero dell’acqua, ne indica la meticolosità. Ciò può essere dovuto alla praticità che hanno acquisito attraverso i tempi con l’uso delle bilance, dato che era sede dei vari feudatari imperiali o ducali.

– Infine quelli di Borgotaro sono «rabelenti » (= ruba tori, imbroglioni). Per comprendere tale appellativo occorre risalire al tempo in cui la cittadina, con le sue misure, le porte con i doganieri di guardia e molti « cittadini» alle prese tutti i giorni con l’appetito. Quelli del contado per aver qualche palanca cercavano di vendere i loro prodotti agricoli portavano in città cacio, ricotta, uova … che venivano tassati alle porte, il popolino che voleva acquistare ad un prezzo di poco superiore alla tassa e il contadino costretto a vendere per non dorver riportare a casa la sua merce… erano i tempi duri!

Le spiegazioni riportate possono essere imprecise, chi ritenesse di dover fare dei rilievi, faccia pure liberamente, gliene saremmo grati.

 

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