Giacomo Bernardi – La nostra piccola SHOAH: Aldo Dellapina (4° parte) – Borgotaro (Parma)

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Di seguito il testo di Giacomo Bernardi (appassionato della storia e delle tradizioni di Borgo Val di Taro, Parma), intitolato “La nostra piccola SHOAH: Aldo Dellapina (4° parte)

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 La nostra piccola SHOAH: Aldo Dellapina (4° parte) – Borgotaro (Parma), 

Aldo Dellapina, Algèin, che fu anche Capo Guardia Municipale, ci ha lasciato una testimonianza scritta nella quale narra la sua esperienza di deportato.
***
“Era il 19 luglio del 1944. Acquattati in un profondo canalone sperammo fino all’ultimo di sfuggire al rastrellamento tedesco in atto. Ci dissero poi che noi giovanissimi non renitenti potevamo uscire tranquillamente perché non avevamo nulla da temere.
Uscimmo. Ci scorsero immediatamente; non tentammo nemmeno la fuga perché ci avevano identificato ed avrebbero infierito sui familiari. Ci ordinarono di guidare le mandrie fino in città, dopodiché avremmo ottenuto la libertà. Facemmo tappa a Rubbiano, luogo di concentramento delle bestie ed in sedici proseguimmo per il Foro Boario di Parma. Ognuno di noi intanto cercava di cogliere l’occasione propizia per la fuga poiché la parola dei Tedeschi non ci aveva convinto.
Molti dei miei compagni, rinchiusi più tardi nel Campo Sportivo Tardini, riuscirono a fuggire, io invece in compagnia di altri tre, fui condotto a Sassuolo e quindi a San Michele di Verona. Compimmo il viaggio sui camion, sotto il tiro assiduo delle
mitragliatrici aeree e delle bombe alleate: tra noi ci furono alcune vittime. Rimasi quindici giorni a Verona e poi ci caricarono tutti sui carri bestiame piombati diretti in Germania.
Avevo già sentito parlare di deportazioni e di lager e sempre mi erano apparse cose lontane, impossibili, riservate ai prigionieri militari ed ora invece toccava a me sperimentarle. Non potevo rassegnarmi e non mi rassegnai. Insieme a sei partigiani
che erano riusciti a procurarsi una spranga di ferro per la fuga, mi gettai dal treno in corsa. Era ormai buio, ma fummo scorti e venne dato l’allarme. Ci braccarono come bestie. Io ero ruzzolato dalla scarpata proprio davanti al Comando tedesco e venni facilmente catturato. Ci portarono al nostro treno che intanto aveva raggiunto il Brennero; io fui rimesso nel vecchio vagone dopo essere stato picchiato a sangue dal guardiano cui ero sfuggito. –La tua fuga – mi fece capire costui – poteva costarmi una licenza che attendo da mesi: la mia famiglia a casa mi aspetta come ti aspetta la tua.
Mi diede quindi da bere, del pane fresco e delle sigarette.
Raggiungemmo Wiesbaden dopo essere stati mitragliati e bombardati chissà quante volte: noi eravamo piombati dentro e impotenti di fronte a qualunque evento.
Conobbi il campo di concentramento e la sua fame smisurata: ci davano un etto e mezzo di pane nero ed una specie di zuppa di verdura a mezzogiorno. Qui però non si lavorava. Dopo poco mi trasferirono nei campi di lavoro di Milhaser, sul Reno, in
una polveriera sotterranea ove per una decina di giorni dovetti lavorare con l’acqua alta che mi scorreva fra le gambe. Mi accolse in seguito una piccola fabbrica di carlinghe per aerei a Naustrelitz, tra Berlino e Stettino.
Qui la grande tragedia era costituita dai bombardamenti che non concedevano un attimo di pace. Quando giunse aprile fummo costretti ad evacuare da quella zona perché stavano giungendo i Russi: a piedi, di corsa, di giorno e di notte, percorremmo circa 250 chilometri verso Ovest per andare incontro agli Americani dei quali i Tedeschi evidentemente si fidavano di più. Fu un trasferimento terribile sotto i mitragliamenti, le bombe, le montagne di granate abbandonate dai soldati che si arrendevano, tra feriti e moribondi.
Assistetti alla catastrofe di un popolo: solo le SS resistevano. Cademmo presto in mano agli Americani che con noi Italiani si dimostrarono veri gentiluomini, un po’ meno gli Inglesi che ci trattavano come i Tedeschi, gridandoci in faccia – Mussolini!.
Alla fine fui portato ad Amburgo e di qui raggiunsi pian piano la mia terra di Borgotaro. Ero partito in luglio che pesavo 72 chili e ritornai nell’estate seguente che ne pesavo cinquantuno.
In più nei campi di lavoro mi ero ammalato di pleurite che mi trascinai per lunghi anni dopo la guerra. Risentii anche delle bastonate ricevute in prigionia dai soldati del Führer, ragazzi di sedici e diciassette anni, prontissimi ad usare il metodo forte ad ogni tentativo di tergiversare invece di ubbidire all’istante. Questa fu la mia esperienza della deportazione e non ho voluto soffermarmi sui particolari della vita quotidiana che da soli bastavano a demoralizzare e ad abbruttire la persona umana.
Penso che se fossi rimasto ancora qualche tempo in quel luogo, sarei certamente morto e comunque sarei divenuto una persona diversa, privo di una mia volontà. Ho poi saputo che molta gente è stata trattata peggio di me nei lager: meriterebbe una medaglia per essere sopravvissuta”.
***
Caro Aldo, le medaglie non posso assegnarle. Una cosa però ho sempre fatto: ricordare, come faccio oggi, l’esperienza che avete vissuto. Per ricordarvi e ricordare come gli uomini, a volte, si trasformino in “bestie”, senza far torto a queste. Ciao, Aldo

Potrete trovare questo ed altro nel mio libro: “1944: quel luglio di sangue”- 2001

Giacomo Bernardi

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