Site search

ATTENZIONE

Molto del materiale pubblicato nel blog, è tratto da siti web, che sono sempre citati. Se, involontariamente, abbiamo pubblicato materiale soggetto a copyright o in violazione della legge fatecelo sapere: provvederemo a rimuoverlo. info@valgotrabaganza.it

Mostre

Meta

SEZIONI

vuoi scriverci ?

info@valgotrabaganza.it

Perchè? valgotrabaganza … immagini natura …blog

Perchè? valgotrabaganza ... immagini natura …blog In questo blog c'è tutta la nostra passione e l'amore per la natura e il territorio che la circonda con le sue tradizioni usi e costumi, la cultura e il fascino della propria storia … senza pretese NATURA IMMAGINI E PAROLE ………

Cerca nel sito

Site search

Event Calendar

dicembre 2017
L M M G V S D
 123
45678910
11121314151617
18192021222324
25262728293031

Prossimi eventi

Disclaimer

(Dichiarazione di non responsabilità)
Questo Blog non rappresenta un prodotto editoriale e/o una testata giornalistica poiché viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62/2001. Alcune immagini pubblicate e video sono tratte da internet e quindi valutate di pubblico dominio: qualora il loro uso violasse diritti d’autore, lo si comunichi all’autore del blog che provvederà alla loro pronta rimozione. L’autore dichiara inoltre di non essere responsabile per i commenti inseriti nei post.- info@valgotrabaganza.it

Appuntamenti

Previsioni Meteo

Meteo


Meteo

Programmazione

Archivi articoli per mese

Giacomo Bernardi – Pich’tti, şloun, s’rèiş’ e candèila al naşu – Borgotaro (Parma)

mario-previ-pichttiDi seguito il testo di Giacomo Bernardi (appassionato della storia e delle tradizioni di Borgo Val di Taro, Parma), intitolato “Pich’tti, şloun, s’rèiş’ e candèila al naşu” – Borgotaro (Parma).

Guarda i post di Giacomo Bernardi

“Pich’tti, şloun, s’rèiş’ e candèila al naşu – Borgotaro (Parma)”

A me pare che non ci sia più il freddo che s’avvertiva un tempo. Sì, indossiamo ben altri indumenti, abbiamo case, uffici, negozi, bar ben riscaldati. Tutto questo potrebbe contribuire a farci sentire gli inverni meno rigidi di quel che non siano in realtà.
Ricordo, tuttavia, che non v’era anno, un tempo, in cui il Taro non ghiacciasse. Un ghiaccio tanto spesso da reggere noi ragazzi quando s’andava al lago di San Rocco a scivolarvi sopra, senza tema che potesse cedere sotto il nostro peso.
Ricordo anche come, ad ogni inverno, capitasse che nei tubi interni delle case, l’acqua si ghiacciasse (m’è şlà l’aqua), interrompendo così il suo utilizzo. Interveniva l’idraulico che, con la fiamma di un saldatore a benzina, scaldava in punti diversi le tubature, fino a che l’acqua tornava a scorrere. Questo, nonostante si provvedesse, ogni inverno, a ricoprire le tubature con spessi strati di ovatta.
Ma a sostegno della mia tesi, quella cioè che gli inverni fossero un tempo più rigidi, ci sono testimonianze e documenti del passato che possono illuminarci.
Don Amadio Armani, nella sua poesia “La V’gilia d’ Natal'”, così attacca: 

“Föra un fr’ddu ch’u spaca i pilon Fuori un freddo che spacca i piloni
a truvas’ pr’i boschi in t’la not’ trovarsi per i boschi nella notte
cun la nèiva ch’ l’è tüt’un giasoun con la neve ch’è tutta ghiacciata
gh’è da di’ Gioşmaria trè vot’. vien da dire Gesù Maria tre volte.
Gnanca ar diavu u s’aşarda d’anà Nemmeno il diavolo si azzarda di uscire
a la serca d’un’an’ma danà”. alla ricerca di un’anima dannata.

Il Longhena, insegnante del ginnasio la cui sede si trovava in San Rocco, a fianco della Chiesa, scrive nel 1899:
“Ah! Quel ponte, forse rifatto perché lo ricordo mal messo, quando tutte le mattine lo passavo nel novembre e nel dicembre, aveva la capacità di fugar tutti i segni del sonno, chè dalla valle del Taro fischiava un’aria di neve e di ghiaccio che tagliava la faccia e pizzicava terribilmente orecchie e naso. Molte mattine lo trovavo irto di ghiaccioli pendenti dalle arcate, come stalattiti di stranissime grotte, sotto le quali violenta e cristallina scorreva l’acqua del Taro”. 

Già: i ghiaccioli. Quelli che noi chiamavamo “cand’loti” e che, staccati, succhiavamo come fossero gustosi gelati. Sono, ormai, assai rare le occasioni in cui vengono a formarsi.
Questi “cand’loti” ricordavano “al mus’gu”, la “candèila” che a molti bambini colava dal naso a quei tempi. Rari i fazzoletti, quindi molti si davano una sfregata con il dorso della mano….ma la “candèila” tornava a spuntare e a colare. C’erano ragazzi, e non erano pochi, che avevano abbondanza di materiale, così di loro si diceva “musgoun” o “candloun”. L’ fest’, erano anche questo ed altro. A documentare il freddo d’un tempo, non quello mio, in questo caso, ma ancor più lontano, ci son giunte notizie “storiche” di inverni talmente freddi da mettere in difficoltà l’intera Comunità.
Ecco quanto ho pubblicato su “Ar lünariu burg’zan 1985, sotto il titolo: 
*** 

Di questo freddo eravamo vittime anche noi ragazzi. Devo dire che non mi so spiegare come quei piccoli “malanni” di cui soffrivamo ad ogni inverno, siano oggi totalmente scomparsi.
Non sto qui a parlare di malattie allora importanti, come la polmonite che, in assenza di antibiotici, ogni inverno si portava via un gran numero di grandi e piccini. Parlo di quei piccoli “malanni” che colpivano ripetutamente noi ragazzi.
I “pich’tti”, termine onomatopeico che richiama, forse, il picchiettare, pulsare doloroso del sangue sulle dita della nostre mani, erano il nostro maggior cruccio invernale. Tu giocavi a “şgüjà”, a formare valanghe di neve in giardino, o a tirare qualche “balunà d’ nèiv'” ed ecco improvvisi i “pich’tti” ti assalivano, senza preavviso alcuno.
Il dolore alle dita delle mani era talmente pungente, violento che dovevi interrompere qualsiasi attività. Mettevi le mani “in sacosa” per cercare un poco di tepore, le portavi alla bocca cercando di riscaldarle con il tuo fiato, ma senza risultato. Bisognava stringere i denti, piangere, fino a che i “pich’tti” se ne andavano di colpo, come di colpo erano arrivati.
A volte si correva in casa per avvicinare le mani alla stufa, nonostante gli avvertimenti della mamma, che allora trovavi sempre in casa: “Guarda che il dolore ti aumenterà con il calore della stufa”.
Le nostre mani finivano così per chiudersi tra le sue, a volte “in scosu”. Il miracolo lo compiva lei con la sua protezione, il suo amore, il suo tepore. Le lacrime scomparivano, e piano piano il dolore se n’andava. Le mamme d’un tempo!
Ma c’erano altri “malanni” invernali, ormai totalmente scomparsi: “i şloun” (i geloni), ad esempio chi mai se li ricorda? Come i “pich’tti” colpivano le mani, così i “şloun” colpivano i piedi.
Malanno assai fastidioso che, a volte, poteva anche, a differenza dei “pich’tti”, sfociare in qualcosa di più grave, come il formarsi di vesciche e ulcere che impedivano alle persone di indossare scarpe e quindi di poter uscire.
“I şloun” erano provocati dalla reazione che la pelle dei piedi aveva a causa del suo riscaldamento repentino, dopo l’esposizione a temperature fredde. Spesso “i şloun” deformavano in modo impressionante i piedi con la formazioe di piccole bolle rosse, che spesso provocavano bruciore, prurito e dolore.
“I şloun” colpivano in particolare, non so perché, le donne. Forse il motivo va ricercato nel fatto che, quando uscivano di casa, non indossavano, come gli uomini, gli scarponi o altre calzature pesanti. Così i loro piedi, quando uscivano per la spesa od altro, si raffreddavano più facilmente e una volta ritornate in casa era naturale, per loro, esporre i piedi al caldo della stufa con il risultato di provocare una reazione anomala della loro cute, passata repentinamente dal freddo al caldo.
A differenza dei “pich’tti”, ho trovato su internet alcune notizie sui “şloun” . Tra queste, quella che il malanno colpiva in particolare le donne e i fumatori.
Perché le donne? Nulla viene specificato e forse è valida la mia ipotesi. Quanto ai fumatori: i poveretti vengono infilati in ogni dove: “Anca in t’i şloun”.
Restano “l’ srèiş'”, le ciliegie che non sono il frutto saporito che siamo soliti gustare a primavera, ma un altro di quei malanni legati al freddo invernale.
Anche di questo se ne sono ormai perse le tracce, eppure era assai diffuso. Ricordo bene come le gambe delle ragazze e delle donne ne fossero piene. Erano macchie di forma circolare che, insieme al colore rossiccio, richiamavano le ciliegie. Da qui il loro nome. Perchè anche in questo caso ho fatto riferimento alle sole donne? Colpa, o merito, dei pantaloni che noi maschi, a differenza delle donne, indossavamo. Chiaramente avevamo le gambe più protette, così una volta rincasati non avevamo la necessità di sederci nei pressi della stufa per riscaldarle. Al contrario delle donne che, non protette dai pantaloni, una volta rincasate alzavano la sottana e si scaldavano al calore della stufa. Il passaggio repentino dal freddo al caldo provocava la comparsa delle poco estetiche “srèiş'” delle quali, specie le ragazze, tanto si vergognavano.
I pantaloni avevano un altro merito: nel caso un ragazzo avesse presentato delle “srèiş'” alle gambe, queste venivano nascoste.
Forse è per questo che, anni dopo, anche le ragazze cominciarono ad indossarli. Ma ormai “l’ srèiş'” erano scomparse.

Giacomo Bernardimario-previ-pichtti

Scrivi un commento





Questo sito utilizza i cookie affinchè l'utente abbia una migliore esperienza nell'utilizzo. Se continui a navigare nel sito stai dando il tuo consenso all'accettazione dei cookie e della nostra policy sui cookie.     ACCETTA