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mag 12 2017

Giacomo Bernardi – LABORATORIO: 1^ parte “Quando eravamo francesi” – Borgotaro (PR)

laboratorio-1-parte-quando-eravamo-francesiDi seguito il testo di Giacomo Bernardi (appassionato della storia e delle tradizioni di Borgo Val di Taro, Parma), intitolato LABORATORIO: 1^ parte “Quando eravamo francesi” – Borgotaro (PR).

E’ una delle ricerche che spero di portare a compimento entro il prossimo anno (così scrivevo nel 1998 !). Da molto tempo ci sto lavorando, con interruzioni troppo prolungate. E’ una pubblicazione che mi sta particolarmente a cuore per almeno due motivi: è un argomento sul quale poco o nulla è stato scritto e conto tanti amici in Francia che l’attendono da tempo. I brani pubblicati sono ancora a livello di bozza e quindi contengono imperfezioni, paragrafi incompleti, parti da completare (testo tratto dal sito giacomobernardi33.blogspot.it alla pagina CLIKKA).

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LABORATORIO: 1^ parte “Quando eravamo francesi” di Giacomo Bernardi

Prime avvisaglie
“Soldati, voi siete nudi, affamati, il governo vi deve molto, non può darvi nulla…Io voglio condurvi nelle più fertili pianure del mondo. Ricche provincie, grandi città saranno in vostro potere; voi troverete onore, gloria e ricchezze…”

Queste parole furono rivolte da Napoleone Bonaparte, allora generale quasi sconosciuto, ai soldati della sua “Armèe d’Italie” nel momento in cui si preparavano ad attraversare le Alpi per calare in Italia.

La sua armata era infatti poco più di un “ammasso di straccioni”, mal nutriti, con uniformi a brandelli, scarpe rotte, molti a piedi nudi: un’Armata che da molti mesi non riceveva il soldo. Altri generali francesi più famosi avevano, ben volentieri, lasciato ad un oscuro generale il compito di guidare questa armata indisciplinata e sbracata in un’impresa che si prospettava modesta: compiere azioni di disturbo sul suolo italiano per impegnare Austriaci e Piemontesi, mentre le truppe scelte schierate lungo il Reno, bene equipaggiate e affidate ai migliori generali, avrebbero dovuto compiere lo sforzo decisivo contro la Coalizione[1].

Ma l’oscuro generale che rispondeva al nome di Napoleone Bonaparte stava, invece, per iniziare una splendida quanto rapida carriera che l’avrebbe portato a diventare l’uomo più potente del mondo: l’Imperatore dei Francesi.

Erano comunque questi i soldati francesi che nella primavera del 1796 si presentarono agli Italiani.

Con una mossa inattesa, quanto spericolata[2], Napoleone, che era atteso dalla parte delle Alpi, preferì far marciare la sua Armata lungo la costa e il 9 aprile, dopo aver vinto alcuni scontri con Piemontesi e Austriaci, si trovò al Colle di Cadibona. Valicato questo, i Francesi occuparono Millesimo, Dego e Ceva.

L’esercito piemontese venne a trovarsi talmente spiazzato da indurre il re Vittorio Amedeo III a chiedere un armistizio che venne firmato a Cherasco il 28 aprile.

Gli Austriaci si ritirarono allora all’altezza di Milano prevedendo un attacco da occidente, ma ancora una volta Napoleone sorprese tutti: attaccò più a sud ed entrò in Piacenza, facendo così ingresso nel territorio del nostro Ducato.[3]

In quel periodo, infatti, i Valtaresi facevano parte del Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla. Avevano come loro sovrano il Duca Ferdinando di Borbone: un uomo dal carattere bonario, molto religioso e assai amato dai suoi sudditi. Aveva sposato Maria Amalia d’Austria, donna raffinata, sensuale che aveva fatto parlare molto di sé a causa del suo comportamento un poco spregiudicato[4].

Napoleone riservò al nostro Duca un trattamento speciale: non lo spodestò come farà subito dopo con altri sovrani, tuttavia entrato in Piacenza aveva vuotato le casse di tutti gli enti pubblici e costretto poi il Duca a firmare un armistizio, obbligandolo a pagare un’indennità di guerra di oltre 2 milioni di lire, a dare 10.000 quintali di grano e avena, a consegnare un numero grande di buoi ed infine, novità assoluta, a cedere qualche decina di quadri. Se ne andarono così in Francia alcuni capolavori del Correggio[5], fortunatamente poi riportati a Parma.

Il Duca si dimostrò magnanimo nei confronti dei suoi sudditi, riducendo a moneta molte sue argenterie e cedendo molti dei suoi famosi cavalli per pagare parte dei debiti. Il resto venne raccolto nei territori del Ducato, cosicché anche ai Borgotaresi toccò di contribuire con denaro, grano e bestiame.

L’armistizio firmato dal Duca, pur oneroso, poneva tuttavia il territorio del Ducato al riparo da scorribande e violenze che caratterizzeranno la presenza dei Francesi in tante altre zone d’Italia. Ma se questo si avverò per quasi tutto il Ducato, così non fu per la nostra valle che, terra di confine, venne più volte interessata da infiltrazioni di truppe francesi provenienti dalla Liguria, le quali incuranti dei trattati e dei limiti amministrativi, valicavano spesso il confine di Cento Croci per compiere puntate improvvise. L’Armèe d’Italie era composta, in massima parte, di uomini animati da acceso patriottismo repubblicano e ritenevano loro dovere quello di diffondere le idee della rivoluzione francese.

Nessuna meraviglia, quindi, se soldati di tal fatta, incuranti di ogni norma, potevano entrare in Val Taro unendo alla loro attività missionaria, azioni di rapina e molestia. Già nel 1796, un gruppo di sanculotti era giunto fino a Pieve di Campi e dopo aver portato non poco scompiglio nei casolari isolati, infastidendo le donne, razziando viveri e animali da cortile, aveva eretto i famosi “alberi della libertà” che nel loro simbolismo dovevano rappresentare i benefici della rivoluzione.

Alcuni colpi di cannone sparati da Compiano, nel cui castello aveva sede una guarnigione militare del Ducato, erano però stati sufficienti a rimandarli oltre il Cento Croci.

*

A quei tempi le notizie correvano adagio: spesso con le gambe degli uomini. E poteva così capitare che la notizia dello scoppio di una guerra giungesse con la vista di soldati che entravano in valle. Credo sia avvenuto così anche in quegli anni e che i Valtaresi si siano assai meravigliati nel veder spuntare dai monti questi strani personaggi.

Che nulla presagissero, lo si può rilevare andando a sbirciare nei verbali della sedute del Consiglio per vedere quali problemi e quali preoccupazioni avessero in quel tempo.

La Comunità di Borgotaro, sotto la guida del Console Vincenzo Boveri, era infatti alle prese con i soliti problemi. Si chiedeva al Duca la “reistituzione dell’inoggi soppresso Convento degli Eremitani di San Rocco”[6]; si chiedeva la deroga, fino alla fine di ottobre, alla norma dello Statuto che proibiva l’introduzione del vino forestiero in quanto “lo scarso raccolto dell’uva del precedente anno(1795) non ha potuto somministrare quella sufficiente quantità di vino venale che occorreva per queste popolazioni”; proseguiva poi l’annosa questione dei rapporti tra Comunità e Convento delle suore di San Paolo, le quali ultime scrivevano al Duca chiedendo “protezione e soccorso a fronte della Comunità di Borgotaro la quale nell’anno 1686 fondò e dotò questo cenobio, e non molti anni dopo cercò, e cerca anche in oggi di distruggerlo[7]”. Altra polemica era aperta anche tra la Comunità e il Colonnello Giulio Bramieri, Comandante della Piazza. Quest’ultimo, stando ad una lettera della Comunità indirizzata al Duca, non permetteva che gli abitanti della Valle di Mozzola portassero i loro pollami al mercato di Borgotaro. Ci si rivolgeva, pertanto, al Duca facendo presente che “mancano ora tanto le Polarie grosse che minute alla Piazza, provenienti da quella Valle e tal seguito si viene a mantenere per gli ordini di questo Colonnello D. Giulio Bramieri, il quale trovasi lontano dall’accordare l’introduzione di tali pollami”.

Normale amministrazione, insomma, senza che nulla possa far intendere che la Comunità presagisse pericoli di sorta. Tanto più, quindi, si può immaginare la preoccupazione dei Borgotaresi di fronte alle avvisaglie di una guerra giunta tanto inattesa. Così come è facile immaginare la loro gioia alla notizia della pace conclusa tra il Duca e la Francia.

In una lettera che la Comunità inviò al Duca in data 26 febbraio 1897, si legge: “Altezza Reale, il giubilo col quale dal Pubblico di Borgo Taro[8] si è intesa la partecipazione della bramata pace conchiusa tra V.A.R. e la Repubblica Francese[9], è stato così grande che nel convocato[10] del 24 corrente tutti ad una voce hanno determinato di rendere le più distinte grazie alla R.A.V. per sì prospero avvenimento; e di far cantare in questa Nostra Chiesa Matrice l’Inno Ambrosiano[11][…]e per esternare al rimanente di questa popolazione, nuova sì favorevole, non ha mancato d’ordinare pubblica illuminazione col generale suono delle campane. Il Console e i Consiglieri[…]rendono le più vive grazie della datasi premura per liberare questi Felici Stati dal flagello della guerra…”.

Le somme in denaro e le somministrazioni di grano e bestiame che i Borgotaresi saranno costretti a versare, in seguito alla “bramata pace”, getteranno non poca acqua sul fuoco del naturale “giubilo” espresso dal popolo. Ben altri guai e sofferenze, tuttavia, dovranno affrontare i Borgotaresi, e la pace appena conclusa altro non sarà che una breve parentesi prima della bufera.

L’attenzione di Napoleone non era particolarmente rivolta al nostro Ducato, che nei suoi piani altro non era che un territorio da cui ricavare vettovaglie per il suo esercito; altri, e ben più ambiziosi, erano infatti i suoi traguardi. Così, partendo da Piacenza, batté gli Austriaci a Lodi ed entrò in Milano, occupando poi l’intera Lombardia. Cacciò il Duca di Modena dando vita, in Emilia-Romagna, alla Repubblica Cispadana con proprie milizie e propria bandiera: il tricolore che diventerà poi simbolo della nazione italiana. Sconfisse ben quattro eserciti austriaci, entrò nel Veneto violando la neutralità della Repubblica di Venezia e, dopo aver sconfitto definitivamente gli Austriaci sul Tagliamento, avanzò fino a giungere a pochi chilometri da Vienna. L’Austria fu allora costretta a chiedere l’armistizio(1797).

Non era poco per un generale sconosciuto, al quale era stato affidato il solo compito di tenere impegnato il poderoso esercito austriaco. L’impresa, che aveva dell’incredibile, ebbe larga risonanza in tutta Europa e segnò l’inizio della leggenda di Napoleone: quella di un generale invincibile in battaglia.

Nello stesso anno l’Italia si stava costellando di Repubbliche, tutte sotto la protezione della Francia. La più importante era senza alcun dubbio quella Cisalpina che aveva inglobato la Cispadana e comprendeva la pianura Padana dal Ticino all’Adige, la Valtellina, tutta l’Emilia (escluse Parma e Piacenza), Massa e Carrara ed alcuni territori delle Marche. S’erano poi formate la Repubblica Ligure e quella Partenopea (Napoletano).
Il Papa Pio VI veniva fatto prigioniero e allontanato sotto scorta militare, mentre a Roma nasceva la Repubblica Romana.

Praticamente, all’inizio del 1797, i Francesi controllavano quasi tutta l’Italia. Restavano al di fuori della loro orbita, il nostro Ducato, la Repubblica di San Marino, la Sardegna e la Sicilia.
Il nostro Duca, come già detto, riuscì a conservare il Ducato perché alla Francia interessava tenere buoni rapporti con il Re di Spagna, la cui figlia si era maritata con l’erede al trono del nostro Ducato.

*

Il periodo che va dal 1797 ai primi del 1799 fu abbastanza tranquillo per la nostra gente: in effetti l’assetto dato da Napoleone all’Italia, pareva tenere. Non era però tipo da starsene inattivo, così nel 1798 se n’era andato in Egitto in cerca di nuova e maggior gloria con il l’intendimento di…

La spedizione, come si sa, finì male. Non tanto per le battaglie sulla terra ferma che Napoleone, come suo solito, vinse, ma perché la navi della sua flotta vennero distrutte da quelle inglesi, al comando dell’altrettanto famoso Ammiraglio Nelson, lasciando Napoleone e la sua armata, isolati in Africa.

Questi avvenimenti ebbero diretta influenza sulle vicende di casa nostra. Infatti, approfittando della forzata assenza di Napoleone, le potenze europee si unirono in una nuova coalizione contro la Francia per cercare di riconquistare i territori perduti. E così, nel 1799, l’Italia, e il nostro Ducato, torneranno ad essere campo di battaglia e le popolazioni rivedranno gli stessi eserciti percorrere le loro terre, sia pure in senso inverso. Saranno i Francesi a ritirarsi, e gli Austriaci ed alleati ad avanzare.

Nei due anni che precedettero la ripresa della guerra, s’è detto che i Borgotaresi vissero con una certa tranquillità. Ciò vale in riferimento all’assenza di guerre, poiché altri problemi non mancarono di preoccupare i nostri vecchi.
Nella primavera del 1797, una grave epidemia di bovini aveva colpito la nostra giurisdizione che per diverso tempo restava quasi del tutto priva di tali carni per la proibizione di portare al mercato di Borgo Taro anche bovini delle zone limitrofe non colpite dall’epidemia.
Con l’approssimarsi, poi, dell’estate, in concomitanza con il naturale assottigliarsi delle scorte di grano dell’ultimo raccolto, si manifestò una grave carenza di granaglie tanto che la Comunità dovette provvedere alla costituzione di una Commissione con l’incarico di raccogliere fondi da distribuire ai più bisognosi per evitare gravi disordini.
Nell’occasione vi fu chi, anonimamente, versò una cifra assai ragguardevole( 10.000 lire) e chi invece badò al proprio esclusivo interesse. In una lettera inviata al Duca dalla Comunità si può leggere:”…se si eccettui la sola villa di Santa Maria di Valdena, tutte le altre dimonstraronsi pienamente contente dell’operato della Commissione, poiché diversi abitanti di detta Villa, comunque possano chiamarsi fortunati fra tutti, stante l’abbondante raccolto di castagne, mal soffrendosi tale tassatagli quantità di granaglie proporzionata al loro bisogno…hanno indebitamente preteso di voler eglino tassarsi la quantità. Ne però qui ristettero le arbitrarie mosse dei succennati abitanti, mentre la mattina del 25 corrente, presentatisi a questo Console, insistendo sulla eccedente richiesta somministrazione, minacciarono di volerla a tutto costo e per quanto si dice, animati dal loro parroco Don Domenico Bonini soliti favorire le clandestine estrazioni in Esteri Domini, segnatamente perché limitrofo allo Stato di Toscana[12]”. Quest’ultima frase ci conferma la presenza di molti contrabbandieri nella zona, presenza dovuta alla particolare posizione geografica della nostra valle, a diretto contatto con “Esteri Domini”, quale la Toscana e la Liguria.

Risulta poi ancora aperta la diatriba con il Colonnello Giulio Bramieri che ad un anno di distanza dall’ordine trasmessogli dal Duca, ancora impediva che i cittadini della Valle del Mozzola potessero portare pollami al mercato del Borgo. La Comunità, in una lettera al Duca(1/1/1799) precisava che :”…l’Ajutante Maggiore di questa Nostra Piazza Francesco Mariani, accompagnato da varj altri militari si è fatto lecito, e in poca distanza da questo paese, fermare e levare da varj di detta Valle 22 pollini e di quelli farne contrabbando perché non muniti della da esso pretesa licenza del luogo ove erano partiti…”.

Non meno dura e precisa è la denuncia che la Comunità avanza nei confronti dell’Attuaro Criminale Minghelli, il quale aveva, tra gli altri, anche l’incarico di giudicare penalmente i contrabbandieri e di requisire i prodotti di tale vietata attività, prodotti che una volta sequestrati dovevano andare a beneficio della Comunità.

Pare che questo signore avesse proceduto a molti arresti e sequestri, ma che di profitti alla Comunità non ne arrivassero. Quest’ultima infatti si lamenta col Duca e scrive: “…nulla ha potuto sin ora ottenere attesi i clandestini arbitrarj componimenti seguiti coi rispettivi contravventori, comunque siano stati molti gli arresti fattisi sia di generi che di animali…”

Come si vede certi comportamenti attuali hanno radici ben lontane…ma si può anche vedere come la Comunità fosse allora più attenta, a differenza d’oggi, ai comportamenti dei funzionari pubblici, non lesinando, all’occorrenza, precise denuncie.

Un periodo quindi privo di guerre, ma certamente vivace e sofferto. Anche perché i precedenti passaggi di truppe e le somministrazioni seguite al trattato di pace avevano inciso non poco sulle scorte. E, come si sa, in simili circostanze i rapporti si fanno più tesi e più difficili.

*

Nel 1799, come già s’è detto, si costituisce la seconda coalizione contro la Francia: Inghilterra, Austria, Russia e Regno di Napoli approfittando dell’assenza forzata di Napoleone, attaccano su tutti i fronti infliggendo dure perdite ai Francesi, i quali riescono a salvare il loro paese dall’invasione, ma perdono in poco tempo gran parte dei territori che avevano conquistato.

In Italia, se si esclude Genova, difesa dal generale Massena, tutte le altre conquiste se ne andarono perdute, mentre ovunque si scatenava una tremenda reazione contro i Francesi. Le truppe della coalizione erano guidate dal generale Souvarow, personaggio di grande prestigio che combatteva “a la Bonaparte”. E furono proprio le truppe russe a rivitalizzare lo spento esercito austriaco e ad essere determinanti nelle battaglie decisive.

La nostra valle, situata a ridosso della Liguria, fu in tale occasione percorsa ed occupata a più riprese dalle truppe combattenti e subì gravissimi danni.

Già nella primavera del 1799 si ha notizia di passaggi di truppe francesi, provenienti dal passo di Cento Croci, e il 6 maggio venne ucciso Angelo Leporati presso le Moje di Albareto. Don Gianfranco Varsi, allora parroco di Pontolo, in un suo diario che si conserva presso l’Archivio di tale parrocchia, descrive in modo dettagliato alcuni episodi che ci possono far capire quali vicissitudini toccarono ai nostri avi.

Sotto il titolo “Fatti d’arme tra Tedeschi e Francesi in questo Territorio di Borgo Taro e specialmente in questa Villa di Pontolo”, il parroco ci fa sapere che nel maggio di quell’anno (1799) il nostro territorio era occupato da soldati Imperiali che “nella sollenità del Corpus Domini che fu li 23 maggio avevano con gran decoro accompagnato con pompa militare la Processione”. Ci informa poi che i soldati Francesi occupavano “i confini del Genovesato nella sommità del monte di Cento Croci, come anche quelli del Fiorentino, sopra il monte volgarmente detto la Macchia[13]”.
“Volendo gli Imperiali – continua il diario – andare a discacciare da Cento Croci i Francesi, questi per altra via si trasferivano alla Villa di Gottra” e vi fu così il giorno 26 “verso la sera, giorno di domenica, battaglia”.
I Tedeschi vedendo di “non essere in positura opportuna” preferirono ritirarsi dentro il Borgo.
“Allora i Francesi incoraggitisi fecero contro del Borgo gran fuoco d’archibuggiate dal luogo detto Vantino[14] e dall’altro opposto detto le Pezze[15], rispondendogli i Tedeschi dal paese con eguale frequenza d’archibuggiate, seguitando la zuffa per circa ore cinque e si cacciavano palle frequenti a guisa di grossa grandine…Gli Imperiali però, mandato inanzi verso sera il loro bagaglio, di notte tempo verso le ore dieci, abbandonavano il Paese, portandosi soleciti verso Parma. Radunandosi i Francesi in San Rocco dove facevano varj consigli di guerra nel decorso della notte per decidere se dovevano dare il sacco al paese nemico per essersi suonata la campana a martello[16] e radunato il militare del paese per ordine del Colonnello Giulio Bramieri, ma non si potevano mai risolvere, essendo sempre contraria la pluralità dei voti degli Ufficiali, attesa una visione che essi Ufficiali poi riveleranno a varj signori Borghigiani, motivo per cui non si azzardarono d’entrare nel Borgo di notte tempo, tosto cessato il fuoco”.

Ma cosa mai avevano visto gli Ufficiali francesi per rimandare l’ingresso nel Borgo e il “sacco” cui solitamente assoggettavano i paesi conquistati combattendo?

Ecco quanto scrive Don Varsi: “La visione fu di una gran moltitudine di gente sulle mura del paese andar nanti e indietro, come facendo sentinella e tutti con torcie accese, rimanendo così stupiti ed atterriti(i Francesi) che non si sapevano dar pace come fosse tanta gente in Paese, né intenderne il mistero. Sicché vuolsi che fossero le anime dei trapassati, mentre i Paesani stavano anzi ritirati in casa a far orazioni ed io durante il tempo della battaglia, stetti in chiesa recitando l’Ufficio dei Morti, le Litanie dei Santi, i Salmi penitenziali e pregando i Santi e le Anime Purganti, acciò si degnassero soccorrere e proteggere il Paese….Una tale visione fu motivo per cui ammansiti entrarono, fatto giorno, i Francesi in Paese, ai quali andando incontro la Comunità con bandiera bianca, si resero più facilmente a patti discreti di una contribuzione di lire 8.000 offerteli dalla stessa Comunità”

I soldati francesi ben altro si aspettavano di guadagnare dall’espugnazione di una città, e infatti continua il diario “…i soldati malcontenti avevano principiato a dare il sacco principiando dalla Rocca[17], che spogliarono in odio al Colonnello già fuggito e da casa Manara e casa Casali[18]. Ma a ricorsi del Commissario Alessandro Baistrocchi, del dott. Vincenzo Boveri e di Silvio Piccinardi…tosto gli Ufficiali…fecero raccogliere i soldati ed intimarono ad essi di non recare ad alcuno il menomo danno”.

Le cose non andarono poi così lisce, e certamente se i Francesi fossero entrati di notte, ben più gravi sarebbero stati i danni, tuttavia lo stesso Don Varsi aggiunge che “…in quella mattina trovandosi in Paese due miei parrocchiani (Paolo Molinari e Giovanni Zucconi), furono presi dai Francesi e come armatisi contro di loro uniti ai Tedeschi, sentenziati a morte, si dovevano fucilare sulla piazza, ma pigliati in grazia dal prelodato Piccinardi, furono rimessi in libertà”.

Meno bene andò ad altri “…due paesani però, avanti di entrare in Paese, verso Gottra furono fucilati, presi in sospetto come di spioni ed in altro modo nemici. I loro quartieri furono la Chiesa di San Domenico e di San Rocco. In questa entrativi d’improvviso, e stando la chiesa apparata giusto il solito, e la sacristia con le mobiglie, da alcuni scellerati Polacchi si mise il tutto a sacco con enorme dispregio delle Sacre Immagini e dei sacri arredi. Lo stesso si fece prima nella chiesa di Gottra e qualche violenta rapina anche in quella di Brunelli e di San Vincenzo. Gli Oratori poi dei Disciplinati, di San Clemente e la chiesa delle Monache[19] servirono di magazzino per Francesi e tedeschi, provveduti di paglia, legna, pagnotte dalla Comunità. Fu proibito di dare qualunque segno di campane per tutto il tempo che i Francesi stettero in questo Territorio, fino che ritornarono i Tedeschi, i quali ordinarono tosto si dessero i segni catolici, com’essi dicevano.

Del resto i Francesi mostravansi amici, dicendo esser venuti per difenderci dai nemici, e gli Ufficiali usavano buone maniere ciascuno in particolare nelle case dei Particolari, ove albergavano[20]. La condotta però dei soldati non prometteva tanto perciò si viveva sempre con gran timore, disturbando molto i paesani forensi, ove si trovavano accampati”.

Se in altre zone vi fu un unico passaggio di truppe, con i Francesi che si ritiravano e gli Austriaci che avanzavano, in Valtaro la guerra assunse l’aspetto di un andirivieni continuo di truppe. La preziosa testimonianza di Don Varsi ci permette di conoscere altri particolari.

Egli scrive infatti che “…il 31 del suddetto mese ritornarono i Tedeschi e nel dì seguente il loro numero si accrebbe sino a 3 mila circa e si accamparono in questa villa di Pontolo di qua e di là del canale detto la Macchia. Nell’altro dì addietro, che era giorno di domenica, in cui avevano concertato di venire alla chiesa ad ascoltare la Santa Messa e poi verso le dieci di andare al Borgo ad attaccare i Francesi, presero la fuga, vedendosi venire incontro i Francesi, e si recarono a Parma.
Nella notte precedente, però, alcuni malvaggi tedeschi dopo avergli il Parroco e benestanti della Villa somministrato pane, vino, biade, fieno per ordine degli Ufficiali, quali furono trattati e albergati nella Canonica e nelle case Celi e Molinari, quali somministrarono, conti fatti, per il valore di L. 10.982, fecero tanti danni[…]di animaletti e galline fu fatta una specie di macello.
Un simile danno dovettero subire anche gli abitanti di Pontolo San Benedetto[21], i quali pure come quelli di Tiedoli, somministrarono pane, vino essi come noi d’ordine degli Ufficiali. Gran timore e spavento perciò, concepirono quella notte generalmente i Paesani, onde fuggivano lungi dalle case, massime le donne”.

E a conferma di quanto abbiamo prima affermato che la nostra valle vide un andirivieni di truppe che si contendevano il territorio, senza mai occuparlo costantemente, Don Varsi aggiunge che “…in seguito al sopravvenire ora dei Francesi, ora dei Tedeschi, solleciti(i Paesani) mandavano le bestie alle Comunaglie ed i lor pagni ed altro nascondevano per i campi ed altri luoghi; sicché per l’acqua ed altri accidenti si resero deteriori le povere loro sostanze.

Nello stesso giorno di domenica, partiti i Tedeschi, verso le tre dopo il mezzogiorno, venne a questa Canonica un Ufficiale francese con sei soldati, fu da me con franchezza insieme a buona ciera[22] accolto, ordinarono con grazia di dare un boccale di vino e un pane a testa. Mostrò compassione di vedere i Parrocchiani spaventati e fuggitivi; mi ordinò di avvisarli di stare colle loro bestie con sicurezza di non essere molestati dai Francesi nelle loro case. Quindi venivano quasi ogni giorno picchetti accampati al Boceto e Pieve a mangiare e bere a portar anche via del vino, ma non tentarono mai di entrare in Chiesa.

Nel giorno poi 7 del mese di giugno vennero giù in Canonica sei soldati francesi con due Ussari Tedeschi, i quali si portarono a Borgotaro ed a Campi a parlamentare coi Francesi Ufficiali e vi pranzarono allegramente. Nel giorno poi 10 i Francesi verso la sera dalla villa di Campi anch’essa molto danneggiata per esservi ivi accampati, si recarono a Borgo Taro, e nella mattina seguente passarono per questa strada corriera[23] senza molestare che qualche casa posta sulla via e pervennero a Parma, ed entrarono in città, fuggendo il grande esercito tedesco, ed assieme il nostro Reale Infante con tutta la famiglia Reale, il Vescovo della Città ed altri ivi rifuggiati, e quasi tutta la Nobiltà e Cittadini e Forestieri facoltosi, recandosi precipitosamente a Piacenza, in cui parimenti i Francesi inseguenti entrarono, ma non però nel castello occupato dai Tedeschi, alcuni dei quali passarono anche il Po”.

Don Varsi esce dalla cronaca locale per allungare il suo sguardo fuori valle e dimostra di essere bene informato.
E’ infatti vero che all’arrivo dei Francesi a Parma, il Duca con tutta la famiglia, la Nobiltà e le truppe tedesche, pensarono di rifugiarsi a Piacenza nella Cittadella fortificata e difesa da un forte contingente di truppe della coalizione antifrancese.
Si sapeva, tra l’altro, che l’esercito austro-russo si sarebbe concentrato presso quella città, per la scontro decisivo con quanto rimaneva dell’esercito francese.
La battaglia si svolse sul fiume Trebbia e i Francesi ebbero la peggio subendo una dura sconfitta con la perdita di migliaia di vite umane.
Scrive don Varsi: “Radunatisi però i tedeschi assieme ai Russi allora sopravenienti, attaccarono i Francesi ivi radunatisi in gran numero da varie parti, e dicesi che dei Francesi ne rimasero uccisi circa 20.000 ed il rimanente dell’esercito molto mal concio diede volta a Parma, ma inseguiti dagli Austro-Russi, dovettero tosto evacuare la Città, e buona parte vennero a Pontremoli e circa 500, il 24 del mese sudetto, verso sera vennero a Borgotaro da Pontremoli ed alla mattina seguente in parte ripartirono ed in parte dopo pochi giorni molto malconci per le ferite ricevute ed incomodi gravi ricevuti. Acquistatosi poi dagli Austro-Russi terreno, tenendo in assedio la Città di Genova, i Francesi non si sono più veduti.
I Tedeschi poi, tratto tratto dal Genovesato sonosi in parte ritirarti in Compiano, Bardi e Borgo Taro […] con notabile incomodo delle comunità dovendogli passare quasi del tutto il vitto per gli uomini e cavalli e del tutto per gli Ufficiali nelle case dei Particolari, ed essendo un tempo di estrema carestia di viveri, riesce di peso enorme un tale mantenimento”.

Mi pare che nessun commento si debba aggiungere alla preziosa testimonianza del parroco di Ceppin Pontolo, lasciando quindi al lettore il compito di fare le sue considerazioni in merito ai gravi disagi, d’ogni genere, che dovettero sopportare i nostri valligiani che vennero a trovarsi, in più d’una occasione, nel bel mezzo del conflitto. Don Varsi, tuttavia, in alcune parti del suo diario, entra nei minimi dettagli di alcuni avvenimenti che riguardano direttamente la sua parrocchia. Infatti riporta, con precisione certosina, tutti i danni subiti dalle singole famiglie di Pontolo nei giorni che vanno dal 7 al 9 giugno, nell’occasione che vi s’accamparono le truppe tedesche.

Dall’elenco risulta che in una notte gli Austriaci razziarono quanto segue:

151 galline

34 porcelli

3 capretti

8 agnelli

2 pecore

inoltre centinaia di staja di frumento, melica e vino. Vengono poi segnalate diverse “rotture di porte e casse”; “viti e legni abbruciati” e furti di scarpe, panni, orologi, attrezzi e preziosi. E questo accadde in una sola frazione! E dopo che la popolazione aveva già offerto pane, vino, biade e fieno nella misura richiesta dagli Ufficiali.

L’elenco fatto da don Varsi è preciso e riguarda, come abbiamo detto, i danni subiti da ogni famiglia. Venne stilato dal parroco con l’avvallo di alcuni parrocchiani. In calce al lungo elenco si legge infatti: “Fò fede io sottoscritto che le famiglie suddette di questa mia parrocchia hanno sofferto i danni come sopra dalle Truppe tedesche essendo qui accampate dal giorno 7 sino al 9 del corrente mese di giugno”. Seguono le firme del Parroco, di Basilio Brandini e Filippo Accorsini.

La valutazione dei danni fu tanto precisa e attenta che la termine del lungo elenco si correggono i dati riferiti a quattro famiglie e si dice: “…a giudizio dei suddetti testimoni si è levato a Giuseppe Accorsini, Benedetto Bardini, Giuseppe Granelli, Mario Rugieri […]perché non veritieri…” segue l’elenco dei danni non convalidati. E ciò la dice lunga sulla dirittura morale del parroco.

A fianco di ogni furto o danno subito, è riportata la relativa valutazione in denaro. I dati ci paiono interessanti e riteniamo utile segnalane alcuni per permettere ad ognuno di fare interessanti raffronti.

Gallina lire 4

Cappone lire 6

Porcello lire 25

Maiale lire 100

Troglia lire 129

Capretto lire 18

Capra lire 43

Pecora lire 40

Scarpe nuove lire 12

Frumento lire 44 per stajo

Melica lire 35 per stajo

Vino lire 40 per stajo

Per meglio dare al lettore l’idea della razzia che fu fatta e della precisione del resoconto, riportiamo i dati relativi ad una delle trentaquattro famiglie colpite e segnalate.

Giacomo Sabbini

Porcelli 5 lire 215

Galline 12 lire 48

Capponi 2 paja lire 24

Formaggio 26 libr.lire 39

Lardo e songia 62 lib. lire 62

Farina 35 lib. lire 14

Veste-sottana in panno lire 50

Anelli d’argento 3 lire 18

Vino 1,5 staja lire 60

Biancheria lire 303

Rottura di porte e casse lire 40

Melica 4 staja lire 140

Totale lire 1.234

Giacomo Bernardi laboratorio-1-parte-quando-eravamo-francesi

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