Giacomo Bernardi – “I tre giorni dell’Apocalisse (19-20-21 luglio 1944)” – Borgotaro (PR)

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Giacomo Bernardi Cippo vittime CredarolaDi seguito il testo di Giacomo Bernardi (appassionato della storia e delle tradizioni di Borgo Val di Taro, Parma), intitolato “68 anni fa: Il Territorio Libero del Taro – I tre giorni dell’Apocalisse (19-20-21 luglio 1944)”, testo tratto da G. Bernardi, 1944: quel luglio di sangue, Ass. A. Emmanueli, Borgotaro (PR), 2011.

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68 anni fa: Il Territorio Libero del Taro

“I tre giorni dell’Apocalisse (19-20-21 luglio 1944)”

21 luglio, venerdì
I tre giorni dell’Apocalisse. (19-20-21 luglio 1944)

A Caprile di Credarola, precisamente in località Poggio, giunge al termine la dolorosa vicenda di Angelo Serventi, anni 37, di Pelosa e di Gildo Negro, anni 44, di Cavignaga, 110^ e 111^ vittima di quel luglio
Le notizie che giungono da Casale, dai Bruschi di Sotto e da Alpe mettono in grande apprensione la popolazione della zona. Gli uomini abbandonano le abitazioni e cercano rifugio nei boschi, nei canali, sulle alture.
Il Pelpi, con le sue selve secolari, è considerato un rifugio sicuro, ed è lungo le sue pendici che decine di uomini cercano salvezza. In quei giorni, tuttavia, nessun luogo può dirsi sicuro. I rastrellatori, tedeschi e italiani, setacciano il territorio palmo a palmo, così decine di persone vengono catturate e condotte lungo le strade come fossero una mandria di animali. Tra loro, si trovano anche Angelo Serventi ed Egidio Negro. Il primo, un agricoltore di Pelosa, nato però a San Francisco di California, il secondo di Cavignaga, ma originario di Lusevera di Tarcento, in provincia di Udine. Quest’ultino, ancora giovanissimo, si era trasferito a Cavignaga per fare il carbonino. Si era, poi, sposato e all’epoca aveva quattro figli: Dina, Italo,Valentino e Remo rispettivamente di anni 19, 16, 14 e 3.
I due, insieme agli altri, giungono incolonnati a Cereseto nella mattinata del 20 luglio, giovedì, e vengono segregati nella chiesa. Il pomeriggio ripartono con pesanti carichi sulle spalle. A loro si sono aggiunti tre compianesi che, poco dopo, vengono uccisi, e il parroco di Cereseto, don Riccardo Molinari, che lascerà memoria scritta di quelle giornate.
In pieno pomeriggio, il gruppo, formato da 27 persone, arriva a Caprile, un gruppetto di case posto sulla provinciale, tra Cereseto e Bardi.
Lascio a Don Riccardo Molinari, presente al fatto, raccontare quelle drammatiche ore:
“…arrivammo a Caprile, frazione di Credarola, riarsi dal sole e madidi di sudore. Il carico che gravava sulle mie spalle, per il peso delle uova che crescevano ad ogni requisizione di casa, mi prostrava a terra.
Per buona fortuna si fece sosta. La truppa si fermò per la requisizione del luogo e per un’ennesima colazione ristoratrice. Ma per noi nulla, anzi cacciati alla rinfusa, come pecore da macello, in una stanza di pochi metri quadrati, di proprietà del Cav. Domenico Sidoli ci venimmo rinchiusi e piantonati dalle sentinelle. Ventisette uomini dovevano trarre il loro respiro affannoso da un’inferriata che un sole soffocante sferzava in quel pomeriggio di luglio. Il pessimismo e la preoccupazione dei prigionieri, fino allora trattenuti a viva forza, proruppero, spinti al parossimo, e le lacrime non ebbero più freno […].

Venne il comandante e ci avvertì che saremmo ripartiti l’indomani per tempo. Poi passando in rivista gli ostaggi fissò i suoi occhi di vampiro su due di essi, ingiungendo loro di presentarsi da lui prima della partenza. Quell’ordine aveva un’aria sospetta: forse altre due vittime! Ma non tutti intesero e molto meno intesero i due interessati i quali anzi si ritennero come privilegiati e fecero i più lieti pronostici.
Già sognavano la libertà e il ritorno alle proprie famiglie. Erano Negro Gildo di Cavignaga e Serventi Giulio di Pelosa, ambedue padri di famiglia […].
Il nuovo giorno – 21 luglio – ci trovava nell’identica posizione della sera. Non c’è da parlare di colazione o di toeletta prima della partenza. Digiuni, con gli stessi bagagli del giorno precedente fummo di nuovo incolonnati. con la scorta di numerose guardie.
Puntualmente i due designati della sera prima si presentarono al Comandante. Ma non ebbero quello che si aspettavano, anzi caricati di fucili mitragliatori furono posti in coda a tutti gli altri, soli tra due sentinelle. C’erano indizi tutt’altro che di liberazione. La colonna si mosse […].
Nei pressi del Poggio, ad un ordine glaciale, tutti si fermarono. Il Comandante tedesco ai due accodati a noi gridò: – Tu fuori, tu fuori!
I due uscirono, tremando dal terrore. Il cuore batteva forte come nell’imminenza di qualche brutta sorpresa. Passò infatti qualche minuto di silenzio misterioso, quindi un urlo straziante, subito soffocato da una raffica d’arma che rintuonò cupamente nella valle…
Altre due vittime cadevano sotto il piombo micidiale (le due designate la sera avanti). Data la distanza che vi era tra me e le due vittime, tracciai dubbiosamente un’assoluzione […].
Mi dissero testimoni oculari del fatto che i due disgraziati, posti davanti all’arma fatale, s’inginocchiarono e chiesero pietà in nome dei propri bambini, ma inutilmente. Per terra, accanto ad un rustico cascinale, giacevano insepolte le loro salme su cui la furia teutonica aveva sfogata nuovamente la propria vendetta.

Perché tra i ventisette ostaggi, proprio quei due? Il Serventi, avendo confessato di essere di Pelosa, e per di più nato negli Stati Uniti, non poteva sfuggire alla vendetta. Ma Egidio Negro?
Parlava un poco il tedesco, e forse ha perorato la causa del Serventi, magari affermando di conoscerlo e di essergli amico. In realtà devono essersi comportati come tali, tanto che lo stesso don Riccardo incorre nell’errore di dichiararli parenti.

(tratto da G. Bernardi, 1944: quel luglio di sangue, Ass. A. Emmanueli, Borgotaro, 2011).

Nella foto: il cippo che ricorda le due vittimeGiacomo Bernardi Cippo vittime Credarola 

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