Giacomo Bernardi – “I giorni dell’apocalisse – 21 luglio 1944” – Borgotaro (PR)

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Gaicomo Bernardi I giorni dell'apocalisseDi seguito il testo di Giacomo Bernardi (appassionato della storia e delle tradizioni di Borgo Val di Taro, Parma), intitolato “68 anni fa: Il Territorio Libero del Taro – I giorni dell’apocalisse – 21 luglio 1944”, testo tratto da G. Bernardi, 1944: quel luglio di sangue, Ass. A. Emmanueli, Borgotaro (PR), 2011.

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68 anni fa: Il Territorio Libero del Taro

“I giorni dell’apocalisse – 21 luglio 1944”

20 luglio, giovedì – 1 –

Chi mai avrebbe potuto credere che alla triste giornata di Compiano e Strela, potesse seguirne un’altra altrettanto funesta, sì da rendere queste due giornate esempio, a livello nazionale, di quanto inumano, insensato, agghiacciante sia stato il comportamento dell’esercito tedesco al quale, in più d’un episodio, s’affiancarono anche i fascisti.
Facile, molto facile, è stato per loro avanzare tra i nostri monti, senza essere contrastati da un solo colpo di fucile. Loro che nei primi quindici giorni di luglio, faccia a faccia con le Brigate partigiane, avevano assaporato tre cocenti sconfitte che si chiamano: Manubiola, Grifola e Pelosa.
Loro che su quei terreni, a parità di forze, avevano lasciato decine di morti e centinaia di prigionieri.
Ora strapotenti di uomini e mezzi, avanzano violenti e sicuri. Sanno che i partigiani non possono affrontare una battaglia campale contro nemici che arrivano da più parti.
Nel corso della loro avanzata incontrano, così, soltanto civili inermi e incolpevoli che loro ammazzano senza pietà: siano essi preti, giovani, ragazzi o anziani. Queste, tra i nostri monti, le imprese di quello che era ritenuto il più forte esercito del mondo.
*
Già la sera del 18, gli uomini di Cereseto hanno avuto sentore che dal Pelpi stavano arrivando delle truppe.
S’erano uditi colpi di mortaio, mentre frequenti s’alzavano razzi colorati che irradiavano una luce sinistra sulla selva secolare. Scrive don Riccardo Molinari: “Era il segnale della guerra vicina, alle porte di casa nostra. Bisognava quindi decidersi ad affrontarla o a schivarla, se fosse stato possibile.[…] Gli uomini, almeno una gran parte, erano nel folto dei boschi o nelle tane. Precauzione suggerita dal timore di essere colti di sorpresa”.
Il giorno seguente, 19 luglio, Don Molinari, decide di recarsi nella vicina Bardi, che due giorni prima aveva subito un bombardamento da parte di aerei tedeschi, “per spiare, se possibile, le intenzioni dei tedeschi circa il rastrellamento in corso e poter così dare alla popolazione un consiglio in merito”.
Così descrive la cittadina: “Le case mostravano nudamente i segni della furia nemica. Palazzi crivellati, Canonica traforata, e la Chiesa monumentale pareva gemesse tuttora sotto le ferite infertele dalla rabbia degli uomini.
Ma più che il bombardamento offriva uno spettacolo desolante il saccheggio, ancora in atto, nelle case e nelle botteghe, abbandonate dagli abitanti alla mercé dell’invasore”.
Nel pomeriggio, mentre il parroco rientra, incontra gente in fuga: “Per via mi imbattei in alcuni viandanti che discendevano da Cereseto. Riferivano che i tedeschi avevano varcato il Colla e avevano raggiunto Farfanaro, frazione di Cereseto, lasciando dietro di sé stragi e rovine.[…] E’ chiaro che don Molinari ancora non è a conoscenza di quanto è accaduto a Strela. Quando giunge alla sua Parrocchia, trova la gente in allarme.
Gli uomini più giovani, con pochi viveri e qualche coperta, lasciano il paese per cercare rifugio e salvezza nei boschi. Qualcuno, all’ultimo momento, decide di rimanere: pagherà con la vita questa scelta
Scrive Ada Rapetti, riferendosi a suo padre Pio Rapetti, che il giorno seguente verrà fucilato dai tedeschi: “Nella penombra del corridoio di casa che immette sulla strada principale del paese, vedo ancora papà che stringe in un solo abbraccio me e la mamma, prima di raggiungere gli amici in partenza: è l’unica sua salvezza. Ma all’ultimo istante, preferisce dividere la sorte con il fratello e un amico che stremati di forze per la fatica e la paura e febbricitanti, sopraggiungono inaspettati a cercare anch’essi un rifugio in cui trovare salvezza dai tedeschi.[…] La scelta, generosa, di restare con il fratello e l’amico, costerà assai cara a Pio, che il giorno seguente, verrà trucidato con gli altri due.
*
La mattina seguente, 20 luglio, brusco risveglio a Cereseto. Sono le sei del mattino, quando s’odono le prime sparatorie.” Il Pelpi, come un titano furioso, parve ridestarsi dal sonno nelle sue balze superiori […]. Razzi luminosi si susseguivano a breve distanza l’uno dall’altro e tracciavano nel cielo limpido e sullo sfondo verde del monte, le loro parabole perfette. […] Erano segnali di sveglia? di partenza? di preso possesso della posizione? Tutto dava a pensare che altre truppe erano la sera prima accampate sulle alture del monte e aveano dormito a cielo aperto. […] L’ora era scoccata e il tedesco protendeva i suoi artigli per ghermire la preda. […] Verso le 8, la pattuglia che aveva pernottato a Farfanaro, discese a Cereseto […], . La colonna era guidata in testa da un Maresciallo, dal portamento fiero e sdegnoso, dagli occhi sprizzanti ferocia e odio. Non rispose al mio saluto, ma mi indicò in perfetto italiano di seguirlo”.
Subito dopo, il Maresciallo ordina ai soldati di piazzare le mitragliatrici all’imbocco delle strade. Il paese è così circondato. Nessuno potrà allontanarsi. Da quel momento inizia la perquisizione delle case, una ad una, che vengono svuotate delle persone che vi si trovano.
Il parroco convince il Maresciallo ad accettare l’invito a pranzo. I due parlano della situazione; il maresciallo vuol sapere dove sono gli uomini del paese e alla risposta evasiva del Parroco, “…passò a descrivere, con fare sprezzante, le gesta dei banditi di questi monti. Si dilungò sui fatti di Pelosa, dove erano rimasti vittime, pochi giorni prima, una settantina di tedeschi, “barbaramente fatti a pezzi dai vostri fratelli”, com’egli si espresse. Compresi che in quel cuore si covava un odio implacabile…e quindi ordinò che tutti gli abitanti venissero radunati nella piazza., pena la fucilazione per chi non si fosse presentato”.
Un gruppo di uomini, per lo più anziani, si era radunato presso il campanile.
A questo punto la situazione precipita. “Dalla parte settentrionale del Pelpi, altre orde ben più selvagge, arrivano a Cereseto: sono le SS. Germaniche. La violenza ed il terrorismo più brutale, la licenziosità sfrenata, l’ingordigia insaziabile si rivelarono ben presto loro caratteristica spiccata. Fecero quanto non avevano fatto i primi: saccheggio e distruzione furono per essi la cosa più naturale. Il paese finì per tramutarsi in un bivacco solo, dove i soldati gozzovigliando e dividendosi la preda, lasciavano agli abitanti ammutoliti l’ossa spolpate e l’inutile rimpianto dei propri beni”.
Il Parroco decide di recarsi nella chiesa per verificare cosa stia accadendo, avendo notato un via vai di militari.
Con grande meraviglia vi trova una trentina di prigionieri che i tedeschi hanno catturato nei monti, nel corso del rastrellamento. Torna in Canonica, ma viene avvicinato da un sottufficiale tedesco che col calcio del fucile gli indica di dirigersi verso la chiesa, dove viene messo tra i prigionieri..
Nel pomeriggio, questi vengono fatti uscire e, divisi in tanti gruppi, scortati da due guardie armate, si avviano per uscire dal paese. Nel frattempo i soldati iniziano a dar fuoco a diverse abitazioni del paese, mentre “…l’aria risuonava tutt’attorno delle grida disperate della gente, mista al clamore dei soldati e al fragore delle bombe incendiarie. [,..] In brevi istanti il paese divenne un immenso braciere incandescente che crepitava paurosamente”.
Per sfuggire all’incendio della casa nella quale si erano rifugiati, escono allo scoperto tre uomini e si presentano agli ufficiali tedeschi che si trovano nei pressi del campanile, nella speranza di essere graziati o, nel peggiore dei casi, di essere incolonnati tra i prigionieri.
“La loro provenienza dichiarata, fu la loro condanna. Il nome di Compiano, fece scattare come una molla il Maresciallo, che decretò per essi la fucilazione, considerandoli, arbitrariamente, come disertori e banditi. Parve però solo una minaccia perché fu dato immediatamente l’ordine di partenza”.
La colonna si dirige lungo la strada che un tempo conduceva a Bardi, ma fatti pochi passi s’arresta.
Scrive il Parroco: “Presso una piccola cappella, fuori del paese, sulla strada che conduce a Bardi, ricevemmo l’ordine di fermarci.[…] Era davvero raccapricciante lo spettacolo che si presentava allo sguardo come una cupa visione d’inferno. In quel meriggio soffocante di piena estate … fumo, fuoco e faville si sprigionavano e si comunicavano da un tetto all’altro con una velocità vertiginosa e tutto era avvolto, uomini e cose, in una nuvolaglia densa e rossastra. […] I nuovi neroniani, condotta a termine l’impresa, si erano riordinati dietro di noi, in procinto di riprendere il viaggio. Quand’ecco una raffica improvvisa fece sobbalzare violentemente il cuore…Un grido strozzato…e poi di nuovo una scarica assordante. Che avveniva? I tre Compianesi, presentatisi poco prima, erano trucidati a bruciapelo dal Maresciallo presso il muro esterno della cappella, e cadevano l’uno sull’altro inzuppando di sangue il terreno. Feci appena in tempo ad alzare istintivamente la mano per una assoluzione e una benedizione”.
Le tre vittime sono Giovanni Rapetti (95), di anni di 52, il fratello Pio Rapetti (96), di anni 40 e il loro cugino Eliseo Gonzaga (97), di anni 37.

A proposito del Maresciallo responsabile dell’esecuzione dei tre civili, don Riccardo Molinari, nella seconda edizione del volume “Montagne insanguinate” scrive: “Un giorno del 1958, lo rivedrò all’ospedale di Piacenza, in condizioni pietose e condannato all’impotenza, divenuto lo zimbello di tutti. Fu lui a riconoscermi…Non ci voleva molto a riscontrare in lui i segni di una giustizia che presto o tardi arriva”.

(Liberamente tratto da G. Bernardi, 1944: quel luglio di sangue, Ass. A. Emmanueli, Borgotaro, 2011). Gaicomo Bernardi I giorni dell'apocalisse

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