Giacomo Bernardi – “Il grande rastrellamento – Fine di un’esaltante esperienza – 17 luglio 1944” – Borgotaro (PR)

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Bernardi lapide di Bruno BorzoniDi seguito il testo di Giacomo Bernardi (appassionato della storia e delle tradizioni di Borgo Val di Taro, Parma), intitolato “68 anni fa: Il Territorio Libero del Taro – “La strage di Santa Maria (Tornolo – Parma) – 16 luglio 1944, domenica”, testo tratto da G. Bernardi, 1944: quel luglio di sangue, Ass. A. Emmanueli, Borgotaro (PR), 2011.

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68 anni fa: Il Territorio Libero del Taro

“Il grande rastrellamento – Fine di un’esaltante esperienza – 17 luglio 1944, lunedì”

“Ai Piani di Tiedoli, gli uomini sono in allerta. Di là dal fiume, lungo l’arteria che collega Berceto a Borgotaro, notano il movimento di truppe tedesche. Hanno poi notizia che in giro ci sono pattuglie che si spingono ovunque per dar la caccia ai partigiani.
Vittorio Gavaini e Bruno Borzoni (58), di anni 19, avvertiti che lungo la comunale, nei pressi delle Querciole, sono stati segnalati movimenti di truppe, lasciano le loro abitazioni e insieme salgono al rifugio che da tempo hanno preparato. Dovrebbe essere un nascondiglio sicuro: in un canalone posto al di sopra del luogo che attualmente ospita la discarica, all’interno di una cavità che si trova lungo una riva rocciosa e scoscesa. Di fronte hanno Tovi. Spesso si sono pubblicamente vantati di questo loro rifugio e non è escluso, come soleva ricordare Gavaini, che i tedeschi siano arrivati là a colpo sicuro a causa di una “soffiata”.
Mentre si trovano al riparo, odono, dopo qualche ora, degli spari che sempre più si avvicinano alla zona. Riescono anche a sentire le voci dei rastrellatori. Poi silenzio, interrotto da qualche lieve e preoccupante rumore. All’improvviso, da sopra il loro covo, rotolano alcuni sassi. Il Gavaini non ha dubbi: sono i tedeschi che stanno scendendo. “Scappiamo”, grida all’amico, e si getta giù per il ripido pendio, aiutandosi con i pochi alberi e cespugli che spuntano dalla roccia.
Un tedesco spara ripetutamente senza colpirlo. Bruno, giovane inesperto, quasi impietrito rimane sul posto e viene catturato. Gavaini, dal basso, ode le sue grida. Non si sa se per le percosse o per lo spavento. Il giovane, insieme ai tedeschi, attraversa il Taro. Puntano in direzione di Pontolo.
Ma ecco la testimonianza di Peter Delpoio: “Avevo sette anni, ma ricordo perfettamente come fosse ieri. Abitavo con i miei genitori in località Aie di Pontolo e quel giorno dalla finestra abbiamo visto una pattuglia di tedeschi, che risaliva dal Taro, con un giovane che avevano preso in ostaggio. Mio padre lo conobbe subito e disse: – Jan ciapà al fiö d’ Bindoun. Era il sopran
Il gruppo si avvicinò alla nostra casa, poi uno di loro entrò sotto una tettoia dove noi tenevamo gli attrezzi da lavoro e uscì con una zappa e un badile. Quindi si avviarono per un sentiero lungo i filari verso la casa degli Zucconi. Passò un po’ di tempo e sentimmo dei colpi d’arma da fuoco. Dalle nostre finestre non vedevamo nulla. Mio padre non parlò, ma aveva certamente capito cosa poteva essere accaduto. Qualche ora dopo, infatti, alcuni uomini scoprirono il corpo del povero giovane. Gli avevano fatto scavare una fossa profonda pochi centimetri, dove, dopo averlo fucilato, lo avevano gettato, cercando poi di coprirlo con qualche badilata di terra, tanto che i piedi e la testa erano rimasti allo scoperto.”
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Dopo la riconquista di Borgotaro, i tedeschi si apprestano ad effettuare il rastrellamento che li porterà in varie zone della valle. Alcune pattuglie perlustrano i dintorni del paese per controllare il territorio, ma anche per procurarsi ostaggi che potranno servire come deterrente contro possibili attacchi da parte dei partigiani.
Vengono così catturati alcune decine di uomini che saranno avviati al campo di prigionia di Rubiano e da lì in Germania. Molti di loro non faranno più ritorno.
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Vittorio Pescatori (59) ha 49 anni, abita a Borgotaro. Come tanti altri si è allontanato dal paese per timore dei tedeschi. Si porta sulla sponda sinistra del Taro, verso la località Capella. Qui, insieme al cognato Giuseppe Stabielli, di anni 41, e al figlio di quest’ultimo, Adolfo, di anni 16, viene catturato dai tedeschi. Da Verona, dove si trova con alcuni compaesani, non ci sarà, per lui, possibilità alcuna di fuggire. Trasportato in Germania, troverà la morte nel lager di Haka Turingia: era il febbraio del 1945
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Domenico Rizzi (60), di anni 41, abita con la famiglia in località Costa Rosasco, in quel di Baselica di Borgotaro. Per sfuggire al rastrellamento in atto ritiene prudente abbandonare la sua zona, sede di un nucleo di partigiani, per portarsi al di là del Taro, sul versante opposto della valle, in località Tiedoli, ritenuta da lui più sicura.
Purtroppo, avvistato da una pattuglia, viene inseguito e catturato.
Condotto a Borgotaro, è costretto, successivamente, a seguire le truppe tedesche con il compito di condurre il bestiame razziato. Arrivato a Rubiano, campo di raccolta di tutti gli ostaggi, viene poi deportato in Germania. Non farà più ritorno.
Secondo la testimonianza di un amico di prigionia, la morte fu dovuta ad ingestione di alimenti deperiti, nel tentativo di sfuggire alla morte per fame.
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Pierino Bucci (61), anni 36, aveva abbandonato la città di La Spezia, dove lavorava presso la Termomeccanica, per trasferirsi a Borgotaro, in una località a monte del Cimitero. Lì, pensa di poter evitare alla moglie e ai tre figli, di 15, 11 e 5 anni, i pericoli dovuti alle continue incursioni aeree che gli Alleati effettuavano sull’importante porto militare ligure. La nuova abitazione si trova su di un’altura, in luogo isolato e lontano da ogni strada. Così quel giorno, pur preoccupato a causa delle notizie che circolano, pensa che la cosa migliore sia quella di restare accanto ai suoi famigliari.
Non si allontana nemmeno quando, con grande apprensione, vede alcuni militari dirigersi verso la sua casa. Pensa che la presenza della moglie e dei tre figli sia sufficiente a dimostrare che non è partigiano e che vive appartato con la sua famiglia, senza contatto alcuno con altri.
Non la pensano così i tedeschi che sono alla caccia di ostaggi e, nonostante le spiegazioni di Pierino e il pianto della moglie e dei figli, lo prelevano e lo conducono a Borgotaro.
Da qui sarà costretto a seguirli nella loro sanguinosa marcia: Compiano, Strela, Bardi. Sempre a piedi, con merce pesante sulle spalle.
Fa parte del gruppo in cui si trova don Riccardo Molinari, che così descrive la vicenda che riguarda Pierino:
“Quando lungo la Valceno, ormai sfinito, si rifiuta di proseguire non sopportando più quei carichi, viene a più riprese, violentemente percosso con le mani e col calcio del fucile. E’ sfinito. Tutto sanguinante cade svenuto. A questo punto i tedeschi non lo degnano d’uno sguardo e lo abbandonano alla sua sorte.” (Da: D. Riccardo Molinari, Montagne insanguinate, La Spezia, 1965 II ed.).
Pierino viene soccorso. Recupera un poco di forze che gli permettono, pur tra immani fatiche e sofferenze, di ritornare a casa. Morirà due mesi dopo (24 settembre 1944), pieno di piaghe e rotture interne, lasciando a noi la testimonianza della sua triste vicenda umana.
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(G. Bernardi, 1944: quel luglio di sangue, Ass. A. Emmanueli, Borgotaro, 2011).

Nella foto: la lapide che ricorda il sacrificio di Bruno Borzoni.(La data di morte è errata)Bernardi lapide di Bruno Borzoni

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