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Giacomo Bernardi – “Gravidanza e nascita” da: Ar Lünariu burg’zan 1988 – Borgotaro (PR)

Mario Previ Gravidanza e nascitaDi seguito il testo di Giacomo Bernardi (appassionato della storia e delle tradizioni di Borgo Val di Taro, Parma), intitolato “Gravidanza e nascita”, apparso su “Ar Lünariu burg’zan” del 1988.

Immagine “Gravidanza e nascita” di Mario Previ

Guarda i post di Giacomo Bernardi e Mario Previ

“Gravidanza e nascita”

C’era, un tempo, un che di misterioso attorno ai momenti che accompagnavano la nascita.
Gravidanza, parto, allattamento, prime cure verso il neonato, nascondevano un mondo di pratiche e di credenze al quale accedevano solo le donne sposate o anziane. Per gli uomini, quel mondo era invece chiuso, quasi proibito, tanto che, spesso, come la volpe con l’uva acerba, questi ultimi si consolavano dicendo: jèin rob’ da don’ (son cose da donne), quasi fosse un segno di scarsa virilità il parlare o l’interessarsi di taluni argomenti.
Il primo annuncio della gravidanza era, dalla sposa, riservato in genere alla madre o alla sorella; non di certo al marito che spesso, all’intermo della famiglia, riceveva da ultimo la notizia quando i segni erano ormai evidenti.
Mario Previ Gravidanza e nascitaMan mano poi che s’avvicinava il giorno del parto, aumentavano le preoccupazioni della gestante. Innanzi tutto doveva nascondere ai bambini il suo stato indossando larghi vestiti. Le era inoltre vietato passare sopra una corda, indossare collane e, quando cuciva, doveva ben guardarsi dal mettere al collo, come s’usava, le gugliate di filo pronte per l’uso: il bambino avrebbe corso il pericolo di nascere “morto”, strangolato dal cordone ombelicale.
Non doveva guardare immagini brutte, né persone con difetti fisici: gobbi, zoppi, sciancati: il bambino avrebbe potuto ereditare quei difetti.
Altro grave pericolo per la gestante erano l’ voje (le voglie) di un particolare cibo. Se alla gestante ne fosse “venuta una”, subito doveva toccarsi i capelli o i glutei in modo che la “voglia” eventualmente trasmessa al bambino apparisse in una parte di pelle nascosta dai capelli o dagli indumenti più intimi. Coi tempi che corrono quest’ultima soluzione sarebbe invero poco efficace considerato il poco, o nulla, che ormai si nasconde…
Per contro, pochi erano i riguardi che si avevano verso la gestante che continuava sia i pesanti lavori di casa: fare la bügà (il bucato), andare per acqua al pozzo o alla fontana, fare il pane; sia il lavoro dei campi e la cura dell’orto.
Quando il feto cominciava a dar segni di sé, s’apriva un ventaglio di credenze, mentre le donne più esperte avanzavano le prime ipotesi sul sesso del nascituro. Se la madre avesse sentito ar brüşur’ d’ stumgu (il bruciore di stomaco)…erano i capelli della piccola che stavano crescendo, e più bruciori la gestante sentiva, più aumentava la sicurezza circa il sesso del nascituro: tanti bruciori portavano infatti a dire: t’ gh’ farè l’ tr’ss’ (le farai le trecce), per dire che sarebbe nata una femmina. Se il feto avesse scalciato doveva invece trattarsi di un maschio.
Ma il sesso del nascituro veniva pronosticato anche osservando la forma della pancia: una pancia a punta non poteva che generare un bel maschietto (pansa a pounta bon pr’al guvèrnu); una larga, al contrario, avrebbe prodotto una femmina.
Se la faccia della gestante si fosse imbruttita, fosse divenuta emaciata, sicuramente si poteva pronosticare una femmina; una faccia che restava bella, liscia indicava invece l’arrivo di un maschio. Il periodo della gestazione viene comunemente considerato di nove mesi, in realtà nel passato si contavano le lune e fin che non si fosse fatta la luna l’evento non si sarebbe verificato.
Il parto avveniva sempre in casa, raramente in presenza della levatrice, quasi sempre con il solo aiuto di qualche donna del vicinato, tra le quali spiccava la “cumarèina” cui spettava, come più esperta, l’incombenza di estrarre il piccolo, tagliare il cordone ombelicale, lavare e fasciare il neonato.
Durante il travaglio, quando i dolori si facevano forti, alla donna veniva a volte data un’ostia da comunione che qualcuno si affrettava ad andare a prendere in canonica.
A parto avvenuto, cominciava poi la “quarantena”, un periodo di quaranta giorni nel corso del quale la puerpera doveva osservare scrupolosamente alcune norme.
Non doveva togliersi, per tutto il periodo, la camicia che aveva indossato al momento del parto. Ciò per tener lontano il pericolo di emorragie, creando tuttavia inutili problemi di igiene. Non poteva toccare acqua, né uscire di casa. Non poteva cambiare il modo di alimentarsi, né mangiare verdure per non provocare mal di pancia o dissenteria al neonato. Doveva, invece, mangiare molta polenta (specialmente i casagati) e bere del buon vino per produrre latte.
Il piccolo, che non poteva essere portato fuori prima del termine della “quarantena”, veniva fasciato dal torace ai piedi con “l’ fas’” che dovevano essere girate molto strette perché in caso contrario il piccolo sarebbe cresciuto con le gambe storte. In testa, poi, gli veniva sistemata una cuffia che non doveva essere di lana per non arrossare gli orecchi e danneggiare la crescita dei capelli
Le mani venivano invece coperte con l’ manopul’ (manopole) perché non si graffiasse la faccia, in seguito al crescere delle unghie che non potevano essere assolutamente tagliate prima del compimento del primo anno: in caso contrario il bambino sarebbe diventato un ladro. Così pure i capelli, prima di tale scadenza, non potevano essere tagliati: avrebbe rischiato la calvizie.
Il bambino veniva anche protetto dalle strie (streghe): a tale scopo gli venivano messi dei braccialetti con corallini rossi o del semplice cordoncino rosso che veniva appeso anche “ar ciüciotu”, sempre contro il malocchio.
Spesso la puerpera si sottoponeva alla cerimonia della “purificazione”. Entrava in chiesa e si fermava in fondo, vicino alla porta. Guardandosi bene dal superare l’acquasantiera. Arrivava poi il sacerdote che le consegnava una candela che veniva subito accesa. Insieme, quindi, percorrevano l’intera navata e, sempre pregando, giungevano ai piedi dell’altare maggiore. Qui la puerpera riceveva la benedizione purificatrice. Al termine del rito avrebbe potuto riprendere la sua vita normale.

Giacomo Bernardi da: Ar Lünariu burg’zan 1988

Immagine “Gravidanza e nascita” di Mario PreviMario Previ Gravidanza e nascita

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