Giacomo Bernardi – “Il grande rastrellamento – Fine di un’esaltante esperienza (15 luglio)” da: 1944: quel luglio di sangue – Borgotaro (PR)

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Di seguito il testo di Giacomo Bernardi (appassionato della storia e delle tradizioni di Borgo Val di Taro, Parma), intitolato “68 anni fa: Il Territorio Libero del Taro – Il grande rastrellamento – Fine di un’esaltante esperienza”, testo tratto da G.Bernardi, 1944: quel luglio di sangue, Ass. A. Emmanueli, Borgotaro (PR), 2011.

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68 anni fa: Il Territorio Libero del Taro

 Il grande rastrellamento – Fine di un’esaltante esperienza

15 luglio, sabato

A Bergotto e a Corchia i nazi-fascisti fanno razzia di animali. Arrivano a Lozzola e, giunti in località Case Ferrari, catturano Colombo Moreschi (44), anni 35, e lo obbligano a guidare una mandria composta di una ventina di mucche.
E’ un agricoltore e ci sa fare con le bestie. Ma un conto è accudirle, condurle al pascolo, altra cosa tenerle in fila per farle procedere verso una direzione obbligata. Così, dopo aver percorso un migliaio di metri, la lunga fila di bestie tenuta in ordine fino a quel punto, si disunisce. Qualche animale si allontana dalla fila e Colombo è costretto a rincorrere ora l’una, ora l’altra bestia. A un certo punto una mucca, più ribelle delle altre, si allontana inseguita dal povero custode. La rincorre allontanandosi sempre più dal gruppo. Dall’alto del colle, un militare, forse pensando a un tentativo di fuga, o non contento del servizio prestato dall’ostaggio, non trova di meglio che atterrarlo con una raffica di mitra.
Nel frattempo…a Borgotaro
Da qualche giorno, a Borgotaro, si vivono momenti di grande preoccupazione. Ansia e inquietudine si leggono sul volto delle persone. Le notizie che arrivano dalle varie zone lasciano intendere che sia proprio il Borgo l’obiettivo finale del grande rastrellamento.[…]
Oggi è la vigilia della Sagra della Madonna del Carmine, la popolazione spera di fare un po’ di festa e il nuovo parroco, Mons. Carlo Boiardi, si prepara a tenere le tradizionali cerimonie.[…]
Ma il risveglio è davvero da incubo. Scrive Mons. Boiardi nel suo diario: “Stamattina alle cinque siamo stati svegliati da alcuni colpi di cannone che ci sembrano molto vicini…Sono andato alla finestra e mi sono persuaso che venivano dalla zona di San Vincenzo, Valdena. I colpi di mortaio si ripeterono a rapidi intervalli fino alle sei…poi ripresero verso le otto.
Si capì subito che si ripeteva il tentativo da parte dei tedeschi di discendere al Borgo per la via di Guinadi, Bratello, Valdena. Verso le nove mi riferiscono che Bardi è stata occupata dai tedeschi e che i partigiani si sono ritirati sui monti. Arrivano notizie che anche ai Due Santi, al Gottero, al Cento Croci, al Bocco ci sono colonne di tedeschi in movimento.[…].
E ora cosa succederà? Cosa faranno del paese?”.
Il parroco è a conoscenza di quanto è successo in altri paesi, dove la case sono state depredate, incendiate. Sa che molti civili sono stati fucilati, che a Santa Maria ci sono state molte vittime. Allora il suo primo pensiero è quello di salvare il paese e la sua gente.[…]
E’ ormai il pomeriggio. I tedeschi ancora non si sono fatti vivi. […] l’Arciprete dopo pochi minuti viene avvicinato dall’elettricista Folli che gli dice: – Se vuole andare, è ora. Vengono dalla strada del Cimitero”.
Il parroco esce e trova Alarico Gasparini e il Comm. Calandra, le due persone che si erano offerte. Dall’alto delle mura vedono la colonna dei Tedeschi scendere dal viale del Cimitero. Si arresta un attimo a San Rocco e quindi si muove verso il ponte che conduce al paese.
Chiede il Parroco: “Andiamo?”. Annoterà, poi, nel suo diario “Il sig. Gasparini si unisce con me: il Commendatore non si arrischia e ritorna indietro”.
I due, con non poco ardimento, vanno incontro ai tedeschi. Penso a Davide e Golia. Colgo poesia nelle parole iniziali che Mons, Boiardi affida al suo diario. Sentite: “Col fazzoletto bianco in mano che agitiamo, ci avviamo verso il ponte, e ci portiamo incontro ai soldati. Con le parole e coi gesti, soprattutto con questi, assicuriamo su la nostra vita che in paese non ci sono né partigiani né armi, e che possono entrare con assoluta sicurezza. Ci chiedono quando i partigiani se ne sono andati…poi vogliono sapere perché il paese è deserto: ciò vuol dire, insistono, che tutti sono banditi (Banditi è la parola che sanno pronunziare bene e che usano a tutto spiano!) […] Siamo confinati presso il distributore della benzina, insieme con il mugnaio sig. Volta e i panettieri sig. Saglia di San Rocco che hanno già presi come ostaggi. Sono le 17 circa.
Poco dopo arriva un’altra colonna più numerosa; in capo vi è il Comandante, un Maggiore […] Per mezzo di un ufficiale che sa parlare latino…ci si intende e si viene ad un accordo: la popolazione sarebbe dovuta rientrare, almeno la più vicina, per le ore 10 di domani, e sarebbe stata rispettata nella perquisizione che avrebbero fatto nelle case per vedere se vi erano nascosti partigiani o armi”. (Da: Il triduo … op. cit.).
“Noi – continua Mons. Boiardi nel suo diario – ci impegnammo a diffondere la notizia nel modo migliore. […]. Il Maggiore allora mi dice testualmente: io ho piene facoltà di distruggere il paese, ma non lo farò se voi farete opera leale di pacificazione. […]. Ci diamo la mano come per ratificare un accordo”.
Chiaro, come si rivelerà successivamente, l’intento del Maggiore: quello di poter avere a disposizione un buon gruppo di ostaggi per far pressione su civili e partigiani e ottenere uno scambio di prigionieri. Il Parroco, comunque, ritorna in Canonica […]. Sono ormai le 20 e riesce anche a mandare alcune bottiglie di vino agli ufficiali.
Poco dopo, viene richiamato al comando e il Maggiore ordina che per le 22 siano preparate 400 razioni di pastasciutta. Invano gli viene risposto che non si potrà trovare né pasta né condimento. Riterrà responsabili, della mancata preparazione, il Parroco e Alarico Gasparini.
“[…] Noi ci guardiamo stupiti e impacciati…chiediamo aiuto alle Suore dell’Asilo, andiamo all’ “Appennino”: ma si constata la impossibilità di preparare quanto ci è stato chiesto. Andiamo al pastificio, sfondiamo la porta, ma non vi è pasta pronta. Si decide di preparare 400 razioni di pane e carne; si va ad un negozio di carne, che pure sfondiamo, (stiamo per imparare il mestiere anche noi!…) e all’Appennino si prepara.
Le ore passano, passano viene la mezzanotte poi l’una e ancora nessuno si fa vedere. […]. Il ritardo e questo episodio mi fanno nascere sospetti. Resto a dormire, qui all’ “Appennino”.
Mons. Boiardi, al momento, non sa ancora che, poco lontano dal Borgo, è accaduto ben di peggio.

*

Natale Orezzi (45), di anni 18, conosciuto da tutti come “Natalino”, abita alla Caminata di San Vincenzo, in Comune di Borgotaro. A sentire chi l’ha conosciuto, si tratta di un tipo particolare. Quel giorno, quando tutti si stanno preparando a nascondere le cose più importanti, a mettere in salvo il bestiame e se stessi, fuggendo verso i boschi, lui risponde, a chi l’invita a fare altrettanto: “Io non scappo. Qui sono a casa mia e comando io”. E continua imperturbabile a lavorare nel campo. Arrivano i tedeschi, parlottano con lui senza capirsi, poi entrano nella stalla ed escono con la sua mucca. Natalino reagisce in modo rabbioso: impreca, minaccia, vuol strappare la mucca dalle mani del tedesco…alla fine una raffica lo stende. Il suo corpo resterà insepolto, per due giorni, esposto al sole di quel torrido luglio.

*

Pietro Gatti (46) abita in località “Case Sorelle” in una casa che si trova sul ciglio della strada che conduce ad Albareto. Con lui, ormai ottantaduenne e vedovo, vivono il figlio Giuseppe, la nuora e 5 nipoti. Una casa anonima come tante altre, non fosse per quel superbo gelso (ancor oggi presente), sicuramente plurisecolare, che sta tra l’abitazione e la stalla. Quel mattino s’odono spari in lontananza e alcune pattuglie di tedeschi passano lungo la strada rasentando l’abitazione dei Gatti. Pietro annusa il pericolo e ritiene opportuno che la famiglia abbandoni l’abitazione. Ordina ai familiari di spostarsi a monte della strada, in località Costello, dove risiedono dei conoscenti in grado di ospitarli.
Lui si ferma, si sente come il comandante di una nave: sarà l’ultimo ad abbandonare l’abitazione.
Cosa poteva temere un uomo di 82 anni? Nulla, forse, ma Pietro prende tutti i soldi che si trovano in casa (“erano molti”, mi dice la pronipote Maria) e s’incammina dalla parte opposta a quella presa dai familiari. Forse vuole attirare su di sé l’attenzione dei tedeschi e impedire loro che possano vedere la sua famiglia risalire allo scoperto i pratoni che si stendono sopra strada?
Scende verso il greto del torrente Gotra, attraversa il corso d’acqua e risale il pendio irto e scoperto che conduce verso la frazione di Campi.
Un’ imprudenza? Un rischio calcolato? Sulla strada per Albareto sta transitando una colonna tedesca. Alcuni militari si fermano poco oltre la casa dei Gatti. Qualcuno nota la sagoma dell’uomo che sta salendo la china allo scoperto. Un militare punta il fucile. Due colpi sono sufficienti per abbattere Pietro.[…]
Qualche giorno dopo si sparge la voce che una contadina di Campi, mentre portava le mucche ad abbeverarsi nel torrente Gotra, ha scoperto un cadavere, ormai irriconoscibile. Nelle tasche non ha né documenti né portafoglio. Saranno i vestiti a permettere il riconoscimento da parte del figlio Giuseppe.
(G.Bernardi, 1944: quel luglio di sangue, Ass. A. Emmanueli, Borgotaro, 2011).

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