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feb 27 2016

Un viaggio nel tempo: La guerra civile al Borgo (seconda metà del 1400) – di Giacomo Bernardi – Borgo Val di Taro (Parma)

stemma dei Platoni, datato 1462Di seguito il testo di Giacomo Bernardi (appassionato della storia e delle tradizioni di Borgo Val di Taro, Parma), riguardante la storia, un viaggio nel tempo nella seconda metà del ‘400 a Borgo Val di Taro (Parma), intitolato “La guerra civile al Borgo “..

Guarda il post Giacomo Bernardi

Un viaggio nel tempo: La guerra civile al Borgo 

Nella seconda metà del ‘400, Borgotaro faceva parte del Ducato di Milano, retto dagli Sforza.

In paese molti erano i dissidi tra le più importanti famiglie.

Al tempo dei Fieschi ad emergere era stata la famiglia dei Costerbosa, ora con gli Sforza la fortuna pareva aver mutato corso ed i favori andavano ai Platoni.

Nel 1473, Francesco Hena dei Platoni, memore dei diritti signorili su Borgotaro più volte esercitati dai suoi antenati, chiese al Duca di Milano di esser riconfermato nella Signoria del Borgo.

Il Duca accettò di buon grado anche “per frenare quei montanari” che spesso avevano creato grattacapi, così pensò fosse bene “far crescere la potenza dei Platoni”.

Ma poichè nel prendere il Borgo si era impegnato “di non dar più via detto Borgo, se non dopo averlo chiesto al Consiglio degli uomini”, inviò questa lettera.

“Deletissimi nostri. A preghiera di alcuni personaggi di molta autorità appresso di noi, et ancho de nostrae potestatis plenitudine, desideremo far gratia a Francesco figliolo del quondam Graciollo d’Hena, ossia dei Plati, de restituirgli il marchesato di Borgo Torresano, con tutte le castella, roche et ville […] e perchè havemo promisso a voi de non dar più via detto Borgo…..anzi tenirlo sotto il nostro dominio, non lo volemo far senza vostra saputa e contenteza. Però se de questa ve ne contenterete farete a noi cosa gratissima, et contentandovene, il castellano di detto Borgo tiene ordini da noi de dare il possesso al detto Hena….non contentandovene ha ordine in contrario.
Datum Papie, 27 sptembris 1473 – Joannes”

Lettera di fine diplomazia nella quale il Duca dava conferma di essersi impegnato con la Comunità di non dare il Borgo a nessuno e di tenerlo sotto di sé…tuttavia dietro preghiera “d’alcuni personaggi di molta autorità…” e, aggiungeva, anche per sua decisione (de nostrae potestatis plenitudine) esternava il suo desiderio di “restituire” ai Platoni il marchesato di “Borgo Torresano” (viene usato l’antico nome del Borgo).

Dopo aver fatto intendere quale fosse il suo “desiderio”, diceva ai Consiglieri che, se avessero accettato ciò che aveva deciso, lui ne sarebbe stato contento, altrimenti non se ne sarebbe fatto nulla.

A quei tempi era molto difficile e rischioso non fare “cosa gratissima” al Duca, così la lettera non lasciava scampo: era un ordine.

O che i Platoni fossero invisi a molti, o che altre famiglie mirassero ad ottenere lo stesso riconoscimento, o che le vicende precedenti, e noi optiamo per questa causa, avessero portato a divisioni in seguito all’alternarsi in pochi anni di tanti signori, fatto è che appena nella sala del Consiglio venne letto il dispaccio del Duca, vi fu grande trambusto.

Pare anche di capire che i nostri antenati avessero l’abitudine di presentarsi ai consigli ben armati, oppure che qualcuno vi sia andato quel giorno già preparato a colpire, il che ancor meno deporrebbe a suo onore.

Infatti, dopo la lettura del dispaccio, la discussione di tramutò in diverbio e da questo si passò alle vie di fatto.

Tanto è incisiva e vivace la descrizione dei fatti accaduti, così come è stata riportata dallo Scarabelli, che al suo scritto mi affido per farvi rivivere gli avvenimenti di quel giorno e dei seguenti.

Così scrive lo Scarabelli:
“Portata e letta la lettera in Consiglio fu gran clamore da parte dei Costerbosa. Si opposero minacciando che mai l’avrebbero patito: era stato promesso che Borgotaro e la valle sarebbero state immediatamente soggette a Galeazzo Sforza: a lui fosse…..ma non ai Platoni. Quest’era un favorire una parte per opprimere l’altra: altre volte avevano patito per le prepotenze loro (dei Platoni).
I Platoni sorsero furenti, ma Tomaso di Zapodio, Leonardo di Valdisturla e cinque altri dei Costerbosa, cavati i pugnali, ne stesero cinque nella sala ed uscirono. Fu guerra dichiarata, il paese diviso……”

Stemma dei Platoni, datato 1462 (si trova a Caffaraccia, sulla facciata di un edifico).  stemma dei Platoni, datato 1462

“…Tigri non uomini”

Così continua lo Scarabelli:

” ….. I Platoni sorsero furenti, ma Tomaso di Zapodio, Leonardo di Valdisturla e cinque altri dei Costerbosa, cavati i pugnali, ne stesero cinque nella sala ed uscirono. Fu guerra dichiarata, il paese diviso, tutti inferociti, si assalivano e si squarciavano, divisi i parenti, non v’erano crudeltà che tra loro non commettessero, fur visti alcuni bere il sangue del nemico ucciso, altri mangiare crude e cotte le viscere, tigri non uomini. La guerra dal Borgo s’allargò al territorio, parecchie case andarono in fiamme, parecchie rotte e disfatte, violate e tagliate in viso le donne, ammazzati i bambini, mille tradimenti, mille iniquità. Quei di Compiano stettero con i Costerbosa, coi Platoni stettero molti del Borgo. Il Duca (di Milano) mandò gente, dei Costerbosa parecchi impiccò, i beni prese, ma non spense nè gli odi nè la guerra”.

I Costerbosa avevano accettato, senza entusiasmo, la signoria degli Sforza, ma mai avrebbero potuto sopportare una eventuale signoria degli odiati Platoni.

E poi nei capitoli relativi al giuramento di fedeltà agli Sforza, non si era forse chiesto, ed ottenuto, che il Duca non avrebbe, per nessun motivo, dato il Borgo ad altri?

Comunque sia, la guerra sanguinosa, atroce, dura come di solito avviene tra concittadini, si trascinò per circa due anni, ma è facile supporre che gli odi e le divisioni perdurarono per anni, se non per secoli, com’era buona costumanza un tempo.

E’ possibile che lo Scarabelli, cronista piacentino del ‘700, abbia un poco esagerato le tinte, ma le fonti storiche lasciano capire che si trattò di uno scontro durissimo che coinvolse tutta la popolazione e che comportò interventi e decisioni assai gravi per l’una e l’altra parte in causa.

Il Duca di Milano, Gio Galeazzo Maria Sforza, in una lettera al Vescovo Uggeri, del 1475, due anni dopo il fattaccio, afferma che la terra di Borgotaro

“per li suspetti ch l’una parte ha dell’altra, ogni di se ne va sempre più disfacendo….et partendosene molte famiglie de là per andare habitare altrove”.

Comunque, la pace, ma si trattò più che altro di un armistizio, venne raggiunta quando i deputati a comporre la lite si riunirono il 18 giugno 1475 nella chiesa di Sant’Antonino.

 

Stemma dei Costerbosa (Disegni di De Meo) Stemma dei Costerbosa

Stemma dei Platoni (Disegni di De Meo) Stemma dei Platoni

La pace in Sant’Antonino

Jo Galeazzo Maria Sforza, duca di Milano, vuol portare la pace al Borgo.

Ha fatto impiccare molti dei Costerbosa, fatto bruciare le case che avevano in località Costerbosa (Baselica), atterrato, in parte, il loro castello, ma gli odi, le divisioni non cessavano.

Tra l’altro molti presero ad abbandonare il Borgo.

Gio Galeazzo aveva invece bisogno di un Borgo unito, forte….era la porta per la Toscana e Firenze.

E lui a Firenze puntava.

Allora eccolo tentare la via della pace, dell’armistizio.

Quando si dice Platoni e Costerbosa, non si intende parlare soltanto di queste due famiglie, ma anche di tutte le altre che si erano alleate con l’una o con l’altra.

Il Duca manda una lettera al Vescovo di Brugnato Uggeri e a Borrino de’ Colli, alessandrino, Commissario di Pontremoli.

Si affida a loro affinché si rechino a Borgotaro per mettere d’accordo quella comunità allo sbando.

La lettera è lunga e circostanziato e quindi non posso postarla.

Cito l’inizio:

“Voi siete informati delli desordini et gravi eccessi seguiti questi anni passati in la terra nostra di Borgo Valditaro, tra l’una parte de quelli de Costerbosa et quelli delli Platoni et maxime del crudel homicidio quale fu commesso in la persona de quelli cinque delli Platoni per li Costerbosini in Consiglio per lo quale eccesso havemo fatto fare quella esecutione che havete inteso contra le persone d’alcuni d’essi Costerbosini e beni loro.[si riferisce alla impiccagione di alcuni di loro]….”

E aggiunge più avanti di voler che si faccia la pace

“per l’importanza della quale è al Stato nostro in quelle parti”.

Incarica così i due di recarsi al Borgo, di riunire le famiglie più importanti e stabilire dei patti per farli riappacificare.

Nella lettera si fa cenno anche ad alcuni dei Costebosa che sono stati “banditi” dal Borgo e si suggerisce di non parlare di quelli che eventualmente la decisione, se farli tornare o meno, spetterà al Duca.

La pace, ma si trattò più che altro di un armistizio, venne raggiunta il 18 giugno 1475 [l’incarico ai due era stato dato l’1 maggio, quindi ci volle più di un mese di lavoro] allorquando i deputati a comporre la lite si riunirono nella chiesa di Sant’Antonino.

Qui, dopo proposte e discussioni si decise che uno dei Platoni e cinque dei Costerbosa “non avessero pace nessuna: stessero lontani”.

Per tutti gli altri, chiamati a firmare, le condizioni erano le seguenti:

“…dimenticate le ofese, proibita ogni ingiuria e perfin la memoria [proibito anche parlarne] dei tempi passati. Obbligativi tutti da 14 anni ai più vecchi, pena un fiorino…di ciò che fu saccheggiato per ordine del Duca non si rendesse nulla, se alcuno facesse offesa od homicidio o per sicario o per propria persona, non tutta la sua famiglia dovesse rispondere ma egli soltanto…incendi di biade, di fienili, i guasti d’albero sarebbero compensati dalla persona o dalla famiglia o dalla fazione secondo la colpa. Chi ricevesse un bandito sarebbe multato, carcerato nelle carceri pubbliche del Borgo per sei mesi……coloro che furono omicidi nei palazzi non potessero rientrare mai più nel Borgo, nè in suo distretto….. Accordati i patti, i deputati stesero le destre, si abbracciarono e baciarono e giurarono nelle mani del vescovo…”

Lo Scarabelli scrive che il Vescovo di Brugnato parlò alle due fazioni in dialetto, lasciando intendere che fosse di origine borgotarese.

In realtà Mons, Uggeri, vescovo di Brugnato, era pontremolese d’una delle vallate a ridosso dell’Appennino e quindi in grado di parlare un dialetto comprensibile a tutti i borghigiani.

Non tutti, infatti, a quei tempi, erano in grado di parlare e capire, in modo chiaro, la lingua italiana.

I patti prevedevano, tra l’altro, la non restituzione dei beni confiscati dal Duca, e poichè quest’ultimo li aveva confiscati soltanto ai Costerbosa, venivano a punire non poco questa fazione.

La cosa era ancor più evidente ove si ponga mente al numero di coloro che più non avrebbero potuto far ritorno al Borgo: uno tra i Platonbi e ben 26 tra i Costerbosa.

Oltre ai due pacificatori, v’erano rappresentanti delle due fazioni che dovevano discutere i patti, valutare le proposte degli altri, avanzarne di proprie ed infine garantirne l’accettazione e il rispetto a nome di tutti gli altri.

Questi rappresentanti non erano stati scelti caso, ma dalla popolazione attraverso una complessa procedutra.

Scrive, infatti, lo Scarabelli che:

“dal 28 maggio al 3 giugno tutte le ville e castella fecero sindacato per la nomina dei procuratori. Riuscirono eletti, con ampia facoltà a ricomporre le mistà, per i Platoni: Pietro Platoni, Nicolò Borgarello,e Nicolò Borgognone detto Caragnino. Per i Costerbosa: Prete Damiano da Ca Bruna, Paolo Bottazio, Gio Luisino Costerbosa e Antoniano Bandieraio.”.

Tra i 26 della fazione Costerbosa che non avrebbero più potuto fare ritorno a Borgo, c’erano Gio e Pietro Barbaroto, Alessio e Pietro Ruinagia, Salvo e Pontello de Rizone, Leone Zini, Antonio del Corso, Don Cristoforo di Gotra, Antonino Zonzi, Michele Ferrari di Gotra, Agostino di Compiano, Uberto dei Sordi bardigiano a dimostrazione che l’aspra contesa coinvolse anche territori fuori del Borgo.

I patti vennero sottoscritti dai capi famiglia del Borgo e di tutte le frazioni (anche Albareto faceva parte del Comune).

A gruppi vennero al Borgo e giurarono e sottoscrissero i patti nella chiesa di Sant’Antonino.

(Fine)

Per quanti volessero saperne di più, è disponibile, presso l’Ass. Emmanueli, il volume “Dai Visconti ai Farnese (1400-1700)”, di G. Bernardi (1994)volume Dai Visconti ai Farnese (1400-1700) di G. Bernardi (1994)

 

 

 

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