“Il dialetto della Corte di Calice” – Ovvero l’origine della parlata dell’Alta Valtaro e Valceno, lingua dei nostri avi – Compiano (Parma)

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dialetto Corte Calice (100)Il dialetto assieme ad altri beni legati alla storia e alla cultura locale, crediamo sia un  “bene culturale”, da scoprire, difendere e recuperare.

Un linguaggio che trasmette e diffonde fatti, impressioni e conoscenze relativi agli ambiti della cultura locale, e che spesso ci fa riflettere sul suo valore sociale e storico.

Guarda il post Libro: “Lisga, lisga vena su…” – (stampa 1995) – Insegnanti e alunni della Scuola elementare e media di Berceto (Parma)

Per questa motivo pubblichiamo volentieri l’articolo intitolato “Il dialetto della Corte di Calice (Ovvero l’origine della parlata dell’Alta Valtaro e Valceno, lingua dei nostri avi)”, testo tratto dalla rubrica «Nostro dialetto», di “Valtaro Magazine”: Rivista illustrata di attualità (ovviamente senza nessuna garanzia, in merito ed eventuali errori).

Nostro dialetto – Un excursus storico sulla nascita e lo sviluppo del dialetto nostrano. Una linea immaginaria di paesi e frazioni che hanno trattenuto l’antica parlata. E il perché della diversità con quello di Borgotaro

Il dialetto della Corte di Calice – Ovvero l’origine della parlata dell’Alta Valtaro e Valceno, lingua dei nostri avi

dialetto Corte Calice (100)Il dialetto «Alto-Tarese» viene ancora parlato in Valtaro e in Valceno in provincia di Parma e nel Bobbiese, in provincia di Piacenza, da dove in origine ne deriva il ceppo-base.

Più comunemente viene classificato come un dialetto Ligure, trapiantato da noi dai «Ligures» che secondo Strabone significa abitatori dei Monti, montanari.

Popolo indomito che per sfuggire alle Legioni Romane fuggì sui nostri monti e resistette per più di ottant’anni prima di essere sconfitto e deportato nel Sannio.

Plinio ebbe a dire che era più difficile trovare i Liguri che batterli. Saltando un po di storia arriviamo al Novecento, quando l’abate Yala del Monastero di Bobbio, inviò i suoi Benedettini in terra di missione a colonizzare la Val Nure, la Val Ceno e Val Taro, territori su cui allargò la sua influenza.

dialetto Corte Calice (101)Dopo la prima colonizzazione, insegnando a umificare i terreni con il letame, irrigandoli con canalizzazione dei torrenti, provvide a dividere la nostra zona in due Corti: Calice in Alta Val Ceno e Torresana, sopra Borgotaro.

Fra i due territori vi fu una linea ideale e immaginaria di confine partendo dal Sud, Centocroci o meglio Montegroppo di Albareto, quindi seguendo il rio Gotra, Bertorella, rio Ingegna, Passo Santa Donna, rio Noveglia, Rugarlo (Bardi) scendendo verso Velleia e risalendo la Val Nure.

Il territorio a Est della Corte Torresana, si staccò per primo da Bobbio e soggetto a continue incursioni dalla terre Apuane e dalla Bassa Padania, modificò notevolmente la parlata in dialetto Valtarese-Padano.

Qui ci riferiamo a quanto scrive Ettore Rulli su libri di «Arte e Storia» di Compiano: «Questa netta distinzione tra le due aree del dialetto Valtarese è dovuta principalmente al fatto che nel periodo in cui si sono differenziati i dialetti (tra il X e il XVII secolo) nelle alte valli del Taro e del Ceno ci fu una relativa stabilità politica attorna ai due castelli di Compiano e Bardi, dai quali dal 1257 al 1682, governò quasi ininterrottamente per 425 anni la famiglia Landi. Borgotaro, invece, ha sempre sentito l’influenza di Parma e anche quando saltuariamente ha fatto parte del territorio dei Landi, nel ha mal sopportato il dominio ed ha sempre avuto appoggi da Parma, sino al definitivo passaggio ai Farnese nel 1637. E’ dunque significativo il fatto che nella valle del Taro il confine linguistico separi oggi la zona compianese, un tempo dei Landi , dalla zona borgotarese un tempo filo-parmigiana. ( … ). In tempi recenti , poi, tutto il dialetto valtarese è stato inquinato ed impoverito dalle interferenze con la lingua imparata nelle scuole, e questo è successo soprattutto nei centri più «scolarizzati» mentre ne sono rimasti meno influenzati i paesi dei monti. E’ proprio «un dialettu di monti» quello di Romeo Musa da Calice, il dialetto che più degli altri è rimasto simile all’ Antico Compianese».

(Ettore Rulli).

Il vate-cantore per eccellenza del nostro dialetto rimane dunque Romeo Musa da Calice, genio poliedrico, professore di disegno, fotografo d’altri tempi, poeta, musicista, insigne xilografo e letterato di chiara fama.

A ricordo riportiamo in queste pagine una sua poesia in dialetto che rimane fra le più citate e ancora ricordata dai nostri nonni.F. F.

Veduva

A Disulin-na tutta desperà

l’era in zenucciu da so mariu mortu

e tantu l’era grande u so scunfortu

c’a mugugnava fin ca so mazszà.

«Poveru me ommu, t’eri cussu bravu

c’a girà mezzu Bobbiu e l’universu

nè che sarève propriu stattu versu

scuntràne in atru. Mi nè meritavu

tantu castigu, precchè te vureiva

tuttu u me ben, tesoru. Mi nè so

senza i tò gnori comme viverò…

Prumma u Signù fame murì u duveiva … »

Descaveienta, tutta int’in sguzszun,

qunde u cumpà u ghe dise suttu vuse:

«Tasei, ve spuserò mi»; a ghe respuse

tegnendu u crscentin: «Disei da bun?»

(Poesia di Romeo Musa)

Traduzione

Vedova

La Disollina, tutta disperata era in ginocchio da suo marito morto, e tanto era grande il suo sconforto, che mugugnava fino a volersi ammazzare.

«Povero mio marito, eri così bravo che a girare mezzo Bobbio e l’universo non ci sarebbe proprio stato verso di incontrarne un altro. Io non meritava tanto castigo, perché ti volevo tutto il mio bene, tesoro. Io non so senza le tue affettuosità come vivrò … Prima me il Signore doveva far morire … ». Scapigliata, tutta in lacrime, quando il compare le dice sottovoce: «Tacete, vi sposerò io»; gli rispose tenendo il singhiozzo: «Dite sul serio?».

Fotodialetto Corte Calice (103)

Veduta del castello di Compiano. – La storia di queste valli ha influenzato molto la nostra parlata dialettale.

Testo tratto da “Valtaro Magazine”: Rivista illustrata di attualità – Anno 1 – Numero 7 – Dicembre 1995 – autore F. F.

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